L'arco e gli arcieri
L’umanità vive da millenni nell’incubo della guerra, ma nonostante ciò. gli uomini hanno sempre fatto in modo di cominciarne una. L’archeologia permette di studiare questo flagello permettendo di seguirne l’evoluzione. Le prime lotte già sono testimoniate nel Paleolitico[1] e nella prima metà del Mesolitico[2], per entrare nei particolari diremmo che l’arco è una delle prime armi da getto complesse creata dall’uomo. Una di queste è basata sul ritrovamento di alcuni frammenti di freccia a Stellmoor (RUST 1943) datati 10.500 anni dal presente (fig. 1) e dal ritrovamento di alcuni frammenti di arco (RAUSING 1967) datati 8000 anni da oggi. Come accade anche per le altre armi, identificare le origini dell’arco e delle frecce risulta problematico. Molte punte del paleolitico superiore (Font-Robert, Gravette, El-Wad) potrebbero essere tranquillamente servite come punte di freccia, e il disegno sofisticato degli archi di legno del mesolitico europeo ritrovati suggerisce che la “tradizione” arcaica sia veramente antica, probabilmente risalente fin dalla metà del paleolitico superiore (BERGMAN 1988, BERGMAN & NEWCOMER 1983).
[1] Il Paleolitico dal greco: παλαιός palaios, antico, e λίθος lithos, pietra, ossia “età della pietra antica” o “età antica della pietra è il periodo della preistoria in cui si sviluppò la tecnologia umana con l’avvento dei primi strumenti in pietra da parte di diverse specie di ominidi. Iniziò circa 2,5 milioni di anni fa e terminò 12 000 anni fa con l’introduzione dell’agricoltura. Bibliografia: Gennar Luigi Linguiti, Il problema dell’origine dell’uomo tra filosofia e scienza, Pacini Fazzi, 2003; Nicholas Toth and Kathy Schick, Handbook of Paleoanthropology, Springer Berlin Heidelberg, 2007, p. 1963; Grolier Incorporated, The Encyclopedia Americana, University of Michigan, Grolier Incorporated, 1989, p. 542.
[2] Il mesolitico (dal greco: μέσος, mesos ‘medio’ e λίθος, lithos ‘pietra’, ossia “età media della pietra”) è il periodo intermedio dell’età della pietra, che va approssimativamente dal 10.000 all’8.000 a.C.
- 7.000 ed il 6.000 a.C. – Agli inizi non si poteva considerare una vera e propria guerra, potremmo considerare i fatti come scaramucce tra gruppi di uomini, o tra tribù. Quando la vita dell’uomo cambierà da nomade a stanziale ecco lo schieramento di veri e propri eserciti, su veri e propri campi di battaglia, fino ad occuparsi dei metodi, tecniche, strategie e strumenti per considerarsi vincitori. L’uomo e molto precoce e molto ”portato” per quest’arte, testimonianze di ciò nelle pitture rupestri della grotta di Morella la Viella, in Spagna. Queste pitture risalgono ad un’epoca compresa tra il 7.000 ed il 6.000 a.C. dove appare evidente un’arma molto efficace nel combattimento. L’arco è un’arma leggera e perfetta, un’arma versatile e potente in grado di essere usata a distanze considerevoli con buone probabilità di abbattere il bersaglio.
- 1300-1200 a. C. La battaglia di Kadesh – Si nota dalla didascalia raffigurante Ramses II sulla biga, l’arco con un piccolo accorgimento tecnico, ovvero comincia ad accennarsi la doppia curvatura.
- I millennio a.C. – Facendo un salto nella storia ecco una variante dell’arco e del suo impiego che non è più solo a piedi o sulle bighe. All’inizio del I millennio a.C. saranno gli Assiri ad organizzare i primi corpi di cavalleria.
- Il VII secolo a. C. Giuseppe Furlani, Enciclopedia Italiana, Ninive, 1934. Il cavaliere di Ninive[1] ci fa conoscere l’armamento di questi primi guerrieri a cavallo[2] molto simile a quello dei fanti con una lancia, uno scudo rotondo. un arco lungo od a doppia curvatura ed un’armatura in cuoio od in pesanti piastre in metallo, questa armatura verrà poi sostituita da quella in cuoio perché più leggera e meno ingombrante.
1] La battaglia di Ninive o Caduta di Ninive è convenzionalmente datata tra il 613 a.C. e il 611 a.C., con il 612 a.C. come data più supportata. Ribellandosi contro gli Assiri, un esercito combinante forze dei Medi e dei Babilonesi, assediò la capitale imperiale assira di Ninive e saccheggiò 750 ettari di quella che era, a quel tempo, la più grande città del mondo. Cfr Frahm E, The Great City: Nineveh in the Age of Sennacherib, in Journal of the Canadian Society for Mesopotamian Studies, vol. 3, 2008, pp. 13–20.
[2] Ramses II – XIV-XIII sec a. C.
Per quanto riguarda il nostro arco, chi desidera ottenere le gittate maggiori è importante la velocità iniziale che deve avere la freccia al distacco dalla corda: maggiore è questa velocità, più lunga sarà la traiettoria. Ovviamente la resistenza dell’aria è un fattore primario da considerare; come pure l’angolo di alzo, che deve essere intorno ai 45°, e la superficie d’impennaggio della freccia deve essere ridotta al minimo. La corda è della massima importanza. Le fibre vegetali ritorte e intrecciate (canapa e lino) e altre (cotone) normalmente osservate dagli etnologi dimostrano proprietà assolutamente insospettabili. La loro capacità di non allungarsi è paragonabile ad alcune fibre sintetiche moderne, anche se il loro carico di rottura è decisamente più basso. Le fibre animali (tendine e budello) risultano essere molto efficienti, purché in climi privi di umidità. La corda accompagna la prima fase di accelerazione della freccia. Alla fine della sua corsa, essa rallenta in modo brusco (la rapidità della frenata è funzione diretta al grado di indeformabilità del sistema di fibre della corda). Più la frenata è brusca, meglio l’energia è comunicata alla freccia. Lo stesso diametro della corda può accentuare i suoi movimenti sinusoidali al rilascio. la combinazione di questi fattori determina svariati comportamenti. Il fattore umano, poi, gioca un ruolo molto importante. Diversi rilasci, diversi assetti, implicano diverse reazioni, sia sul piano verticale che orizzontale. Da BRIZZI, V., 1996, L’uomo come ammortizzatore naturale, Quaderni di Ullr,.14:8, Gennaio 1996, Gruppo YR, Bologna 53 a. C. – Peri Toxeas, L’arco da guerra nel Mondo, Profilo storico, pag. 17. I segnali di un cambiamento di tendenza di tale tattica si ebbero con le prime pesanti sconfitte subite dalle legioni romane. A partire dalla disfatta di Crasso a Carre (53 a.C.) – dove i legionari furono letteralmente “inchiodati al suolo” dalle frecce dei Parti – si fece largo l’idea che bisognasse adeguare le legioni alle nuove tecniche di combattimento del nemico. In quell’occasione, emerse in tutta la sua evidenza l’inadeguatezza della fanteria romana nel fronteggiare la cavalleria catafratta (corazzata) dei Parti, e soprattutto i loro arcieri, che usavano archi potenti e tiravano da cavallo anche quando sembravano essere in ritirata. Narra Plutarco in proposito:
I Parti avevano archi potenti e grandi, curvi in modo da scagliare la freccia con impeto, e i colpi sibilavano con violenza inaudita .. , I Parti scagliano dardi anche in fuga e lo sanno fare meglio di qualunque altro popolo, dopo gli Sciti ‘” Le frecce conficcate nelle membra si spezzavano dentro le ferite … Quando Publio esortò i Romani a lanciarsi sui catafratti, essi gli mostrarono le mani inchiodate agli scudi, e i piedi confitti al suolo da una freccia che li passava da parte a parte.
Giovanni Amatuccio – PERI TOXEIAS L’ARCO DA GUERRA NEL MONDO BIZANTINO E TARDO ANTICO – ISBN 88-8026-016-2. Amatuccio fa riferimento ad uno dei testi più attendibili per la storia dell’arco, ovvero, la più conosciuta il Toxophilus, pubblicato nel 1545 da Roger Ascham in Inghilterra con il patrocinio del re Enrico VIII. Il punto da cui partire sarà perciò il periodo compreso tra il regno di Giustiniano e quello di Eraclio (VI-VII sec.), effettivo punto di snodo del passaggio fra evo antico e medioevo. Da tale epoca provengono difatti le più interessanti testimonianze sul cambiamento delle tattiche di guerra e sull’incontro fra modo di combattere “romano” e modo “orientale”, per quanto, attraverso i brani di Vegezio, vedremo come già in epoca tardoimperiale l’arco fosse divenuto un fondamentale per gli eserciti romani. Con il brano di Giulio Africano sul calcolo della velocità della freccia, potremo constatare come – nell’area orientale di quello che era ancora l’impero romano – l’arco avesse attratto l’interesse “scientifico” dei sapienti del tempo.
Un’ottima spiegazione sugli archi e arcieri la troviamo anche sull’ Enciclopedia italiana ‘’Treccani’’: Soldato armato di arco, In Italia, la testimonianza dei monumenti ci mostra che l’arco fu una delle armi principali degli Umbri, dei Lucani, dei Sardi, e degli Etruschi. In seguito arcieri e balestrieri formarono il nucleo delle milizie comunali, le quali si affermarono alla battaglia di Legnano, contro Federico Barbarossa (22 maggio 1176), e sono spesso ricordati in documenti medievali. Continuando l’esame dei documenti, si trova che nella guerra di Ferrara del 1482-1484 fra Ercole I e la Repubblica di Venezia.
Peri Toxeas, L’arco da guerra nel Mondo, Cap. Sesto Giulio Africano. Sesto è stato uno scrittore romano, considerato il fondatore della cronografia cristiana. Nella sua cronografia del mondo, al Libro VII, capitolo II, 5 ci riporta il modo di come avvelenare le frecce. Gli Sciti avvelenano le frecce con ciò che si chiama “il veleno per frecce” (roxicon), destinato a provocare la morte rapida di quanti ne siano colpiti. Allorché cercai di conoscere tale droga, una persona degna di fede mi diede la seguente ricetta che produce lo stesso effetto.
Prendete dell’euforbia che cresce in grandi rami, mettetela in un recipiente di terracotta e fatela cuocere nell’acqua finché tutta la linfa grassa della pianta non si sia sciolta nell’acqua calda. Togliete in seguito tutti gli steli che avete messo all’inizio e mettete al loro posto quelli verdi nella stessa acqua. Poi togliete questi ultimi e sostituiteli con degli altri mantenendo la cottura finché l’acqua non si sia trasformata, grazie al succo della pianta, in una specie di sciroppo. Personalmente non mi rendo garante della riuscita. D’altronde, alcuni autori antichi sostengono che per ottenere un risultato, il veleno della vipera, dell’aspide e della salamandra costituiscano ugualmente un procedimento infallibile.
PS – Curiosità:
Arco Tartaro e la velocità della freccia – Alcuni odierni esperimenti condotti con archi-replica (costruiti in modo identico a quelli antichi), e con modelli matematici da essi ricavati, forniscono, ad esempio per un arco tartaro, la velocità iniziale di 183,6 km/h (62). Se si calcolano dieci arcieri, si avrà che in sei secondi saranno state scagliate dieci frecce; cosa possibile se ogni arciere è già pronto con l’arco teso e scocchi non appena la precedente freccia abbia toccato il bersaglio. Proseguendo il calcolo, avremo che in un’ora si tireranno 6 mila frecce, e se ognuna di loro percorre 1 plettro (31,20 m), la distanza coperta dalla freccia immaginaria sarà di 4680 km (6000x31x25) in un giorno, che diviso per 24 dà 195 (63).
Archi del X secolo: Gli archi erano usati sia per la caccia che in battaglia. Erano fatti di tasso, frassino o olmo. La potenza di getto di un arco del X secolo garantiva una gittata di almeno 250 metri. Un arco trovato nel villaggio vichingo di Hedeby, probabilmente a tutti gli effetti un arco da guerra, aveva una forza di oltre 700N corrisponde a 480 metri.
Domenico “Mimmo” Tamburrano
Bibliografia:
.- Brizzi Vittorio – Ed. 2005 – La Meccanica dell’arco e Balistica della freccia;
.- Enciclopedia italiana ‘’Treccani’’;
.- Peri Toxeas, L’arco da guerra nel Mondo, Cap. Sesto Giulio Africano;
.- BRIZZI, V., 1996, L’uomo come ammortizzatore naturale, Quaderni di Ullr,.14:8, Gennaio 1996, Gruppo YR, Bologna;
