Cronaca di Faenza dal 1480 al 1509

Biblioteca Manfrediana - manoscritto nr.72/11

Lucio Donati – Trascrizione libera dall’originale di Bernardo Azzurrini  (1542-1620)

“Dalle soprascritte cose sin qui succedute tanto contro la città di Forlì, sebbene gli si fosse arresa senza alcuna resistenza, quanto contro la Signoria. I faentini più si rendevano pronti a patire ogni disagio e calamità e mantenere la fede più volte datala loro Signore, onde mentre il Valentino attendeva alla batteria della Rocca e fortezza di Forlì e (i) Faentini attendevano a fortificare la città e moltiplicare le provvisioni che giudicavano necessarie  essendo certi che finita la guerra di Forlì toccava a loro la “beneficiata”. E perciò il conte Guido Torello consigliava, seguendo il parere del Signor Bentivoglio, che così gli aveva scritto, che il Signor Astorre si levasse dal pericolo e si mandasse a Venezia o in qualche altro luogo sicuro. Gli uomini della città furono di contrario parere, stimando loro che la presenza sua avesse ad accendere gli animi dei cittadini alla difesa e indurre timore a coloro che amavano le sedizioni e le novità. E poiché questa opinione fu giudicata volendo difendersi di maggiore giovamento, vollero che stesse nella città in quel pericolo che stavano gli altri. Questa, per dire il vero, fu migliore risoluzione che quella che fecero in fin della guerra dopo  i patti e le capitolazioni dell’accordo, quando diedero il Signorino nelle mani del Borgia che allora era il tempo di mandarlo fuori e levarlo dagli artigli di quella Tigre crudele che divorava la nobiltà d’Italia, come appresso dirò. Si diedero poi ad assicurare la Rocca nella quale vi era il castellano Nicolò Castagnino, il quale indussero a dare un ostaggio per pegno della fede sua e questo fu un suo nipote il quale fu messo nella Rocca di Solarolo, ma considerato poi questo fatto li parve d’aver fatto male ad aver con quell’atto resa dubbia la fede sua.

E una mattina che il Signor Astorre era andato per entrare in Rocca, là dove era solito d’abbassare il Ponte, abbassò la ponticella, il Signore sospettoso, vedendo che costui voleva far passare per quelle strette, per le quali non può entrare se non uno alla volta, e non volle entrare e ritornò a palazzo, ed ebbe ragione di sospettare perché costui si era lasciato intendere di voler dare la Rocca al Duca Valentino e pigliare il Signore quando venisse in Rocca. Ed erano stati trovati i Capitoli che aveva fatto col Duca, caduti nel fango ad un Guglielmo Tempioni cha li portava al Castellano. La città, scoperti i pensieri e il tradimento del Castellano, che anche prima per molti suoi mali portamenti arbitrari usati crudelmente contro molti dei principali e migliori cittadini della città, si era reso odiosissimo, subito pose grosse guardie alla Rocca, acciò non potesse entrarvi soccorso. Ma il Castellano  visto che non poteva più stare nascosto, cominciò a drizzare e accomodare l’artiglieria verso la Terra (=Città). Allora deliberarono il Signore e i “sedici della guerra” di andare alla Rocca e di tentare la via piacevole, che era l’accordo prima che mettere mano alla violenza e così fecero. E lo persuasero finalmente a rendere la Rocca, salve le persone, la roba e particolarmente quel suo nipote che era ostaggio nella Rocca di Solarolo, come ho detto, e ciò fece tanto più facilmente quantochè vedeva i preparativi fatti per espugnarla e lo scarso numero dei soldati che egli aveva per difenderla. Ma nell’uscire di Rocca, lui e le sue robe, non vi fu via da tenere il popolo che corresse a saccheggiare il bagaglio. E non contento di questo volle che la moglie del Castagnino fosse messa in prigione, la quale era coi bagagli, allegando che un traditore non si deve osservare parola.

Oltre a questo ancora il Signor Astorre e i sedici della guerra fecero provvisioni alle  fortezze della Valle, onde poteva venire munizioni alla città, e le diedero in guardia e le raccomandò a Dionisio Naldi, nel quale molto confidavano. E in questa guisa preparati e provvisti stavano aspettando la venuta del Valentino. E tanto maggiormente poiché i Veneziani e Fiorentini, ai quali dispiacevano l’acquisto (=acquisizione) che faceva il Valentino della Romagna e in particolare della città di Faenza già molte volte a li assecondi loro raccomandata e da loro protetta, e così odiando in segreto questa grandezza del Duca, avendo promesso loro di mandagli aiuto e soccorso.

Privato il Castagnino della Rocca, fu quella accomandata e data in guardia a Giovanni Evangelista Manfredi, fratello naturale di Astorgio III, il quale era di gran valore e prudenza nell’arte militare e ripieno d’ogni buone qualità e affezionato al Signor di buon giudizio ed esperienza, che abitò nella Rocca con quattro dei sedici uomini della guerra. Era il Signor Giovanni Evangelista nel tempo ritornato dalla Valle Lamone dove aveva con somma destrezza quietato gli animi di alcuni che tentavano di sollevare e ribellarsi al Signor Astorre, per la qual cosa la Valle era sotto sopra in tempo di tanto pericolo e sospetto di guerra.

NB Testo (aggiunte) a margine alle pagine 4-5-6-7:

Siccome anche col vostro stare o partire, vi governerete secondo sarà consigliato dallo stesso Provveditore, soggiungendo che dovendo voi partire per Faenza, mi raccomandiate allo stesso oratore e a quelli reverendissimi Cardinali che ci amano e parendogli di tradire l’innocenza e soddisfazione mia e il modo preso dell’(?) e doni per me non manca di pagare il debito e d’essere buon Signore di Santa Chiesa e servitore fedele com’è stato ai miei progenitori costume con altre più cose che si contiene in detta lettera scritta di mano propria dal Signor Astorre come ho detto l’ultimo di gennaio con la quale anco rimesso, 20 d’oro (ducati?) al signor Gabriello (Calderoni) per stare due mesi a casa, questi ha fin oggidì si(……) presso al signor Gabriele Calderoni cavaliere di Santo Stefano, della quale ne ho copia presso di me.

Messer Gabriele suddetto, dopo aver ricevuto l’avviso, come detto, e consultato con l’oratore della Serenissima Signoria residente in Roma e non essendovi speranza alcuna che il Papa voglia pigliare il censo e ricusare sentenza di conducità e censura pubblicate contro il Signor Astorre e purgate di ogni mora che potesse essere in caso di incorrere si risolse di fare il deposito di detto censo “servatis servandis” così con effetto li 10 di febbraio, lunedì,giorno di camera comparve il detto signor Gabriele a nome del Signor Astorre avanti alli Reverendi Chierici e presidenti della Camera per pagare l’attuale debito di ducati 1009 d’oro che pretendeva la Camera dal Signor Astorre facendo (…) istanza d’essere riposto (in…..mente) conto per sentenze nulle, invalide e ingiuste come appare nell’istrumento per il detto deposito rogato da Gentile dei Gentili da Foligno notaio della Camera Apostolica, del quale istrumento ne ho copia presso di me ed è copia dell’autentico istrumento in cartapecora che si conserva appresso il suddetto Cavalier Calderoni.

Nel quale istrumento privato appare anche la risposta data dal reverendo Padre don Pietro Suaglies governatore di Roma a nome della Camera, cioè che piglierà li 1009 Fiorini a buon conto del passato solamente (per) quanto alla (sentenza) e neppure reintegrate e recuperate (…..) dice che altro non si aspetta, ma alla Santità di Nostro Signore al quale lo rimette in tutto e per tutto. E messer Gabriele, udita questa risposta subito, con alcune proteste, depositò il censo suddetto al Banco di Stefano Ghinuzzi e Compagni di Roma perché (…) sborsasse ai reverendi Chierici della Camera fattali la liberazione, assoluzione, reintegrazione (…) si rimanda al rogito Gentili suddetto.

Il fatto che non si diede ad eseguire ogni altro ordine che aveva in commissione e licenziandosi dal Provveditore Veneto e dai reverendi Cardinali(…..) Signor Astorre, si partì e se ne tornò a Faenza dove si fecero maggiori preparativi di festeggiamenti con grandissime amorevoli dimostrazioni, pensando loro di certo che si dovesse accomodare il negozio del Signor Astorre col Papa per molte ragioni e in particolare per la gagliarda premura che avesse in ciò la Signoria collegata col Papa in queste fazioni, sebbene presso il Signor Astorre era il caso suo fosse per lettera di Roma del 23 da messer Gabriele,scrittagli significandogli apertamente che il Papa stava ordinato di non voler ricevere il censo e che era infruttuoso lo stare suo più in Roma per questo.

Ricevuto che ebbe il Signor Astorre questo avviso che fu l’ultimo di gennaio, gli rispose subito a sette ore di notte con una sua (lettera) di mano propria nella quale, fra le altre cose, il Signore scrisse che la Serenissima Signoria gli aveva fatto intendere, per mano di ser Girolamo suo cancelliere, facesse l’oblazione e il deposito del censo e  che poi lasciasse la cura a loro di proteggerlo e difenderlo e perciò ordinava a messer Gabriele, come per altre due (lettere) del 17 e del 18 del corrente (mese), scrivendogli che facesse l’oblazione di Sua Santità e della Camera Apostolica, dichiarando avere il denaro (depositato) in Roma, ma ora replicava che facesse l’obbligato e (l’attuale) deposito del censo secondo gli sarebbe stato ordinato dall’oratore Veneto residente in Roma, al quale ha raccomandato (qu….) la serenissima Signoria suddetta.

  – 1500

Essendo,  dopo lunga e sanguinosa batteria, il Valentino impadronito della Rocca e Fortezza di Forlì e fatto prigioniera la Signora Caterina alli 12 di gennaio, subito egli, con l’ Allegria (monsignor d’Alegre) avendola tratta fuori dalla fortezza, la condussero al suo alloggiamento accompagnata da una parte delle donne sue, che compatendo il misero stato della padrona non la vollero lasciare, e da due servitori d’età provetti che il Valentino si contentò che andassero con lei e con queste assicurandole le cose sue e universalmente da tutti fu riconosciuto per padrone della città e delle fortezze a lei soggette. Così colei la quale da che nacque aveva sempre comandato, cominciò a essere soggetta e ubbidiente. Gli altri, cortigiani e soldati, restarono in preda dei vincitori, pessimamente trattati, e molti furono crudelmente uccisi da quella falsa gente, bramosa con la morte dei nemici e l’esequie dei parenti e amici restati nell’assalto. Dei prigionieri buona parte si liberarono pagate le taglie e in parte anche dopo pagate le taglie furono crudelmente ammazzati e fra gli altri con barbara crudeltà quasi con spregio della religione. Fu trattato pessimamente un frate di San Francesco, cappellano della Signora e in medesimo tempo s’attendeva a (demolire) la cittadella e Rocca, che non vi restarono appena i gangheri delle porte e delle finestre. Il giorno seguente fu fatta la rassegna delle persone uccise dal Valentino  che si trovavano intorno a 600 e altrettanti furono feriti.

Narrate le cose di Forlì e confermato i Magistrati con le loro solite autorità avevano prima provato gli altri in mano sua a nome della Sede Apostolica, il Duca si dichiarò, che avanti venisse all’impresa di Faenza voleva tentare quella di Pesaro, e così ammucchiato di nuovo l’esercito per forza e con nuove promesse di più paga lo fece muovere e marciare a quella volta (=Pesaro), restando il Duca e “Allegria” in mezzo ai quali andava la Signora Caterina sopra una “chinea” liarda (?) seguita dalle madame come di sopra, la quale doveva il Duca Valentino consegnare al Papa in deposito ad istanza del Re suddetto di Francia così come era stata consegnata con la medesima potestà al Duca Valentino tal Bagli barone francese che pretendeva che fosse sua prigioniera (cioè Caterina) per essere stata fatta captiva (=prigioniera) da un suo gentiluomo di modo che per ragione di guerra a lui spettava, dichiarandosi inoltre che egli intendeva usare la legge di Francia, la quale vieta il ritenersi per occasione di guerra le donne prigioniere o usare loro violenza alcuna o scortesia, essendo così restati d’accordo il Duca Valentino e il Bagli, sopra dell’accordo l’Allegria aveva interposta la fede. Il Valentino si fermò a Sant’Arcangelo per consultare maturamente il modo di cacciare Giovanni Sforza, signore di Pesaro, ma per quattro continui conttravvenutoli  avvisi che Ludovico Sforza era ai confini di Como con grossissimo apparato di guerra per acquistare lo stato e che aveva già preso parecchi castelli della Valtitone di San Martino, gli convenne mutare proposito e attendere per allora da altro.

L’esercito, che passò al 22 per il territorio a Faenza con grandissima onestà facendo tornare (l’esercito) indietro. Ma per non discostarmi dal mio proposto ragionamento ne’ per non mi divertire delle cose di Faenza, sono tanto quanto bisogna per necessità dei fatti simultanei, e insieme in qualunque modo con essa (segue scrittura a margine del foglio) tralasciando ogni altro processo e fazione del Valentino e seguiterò ragionando di Faenza, che mentre si ritrovava l’esercito sopra Bologna il Magnifico Provveditore Veneto, capo delle genti della Repubblica, stanziò in Faenza con buona parte delle sua milizia ben voluto e “accarezzato” dal signor Astorre per la buona intelligenza che aveva con la Repubblica, la quale s’era dichiarata di accettarlo e di volerlo proteggere appresso Sua Santità per l’accordo e in ogni caso d’avversa fortuna; il quale Provveditore, per lettere ricevute dalla Serenissima Signoria il dì ultimo di gennaio, fece mandare i maggiori capitani di fanteria e cavalleria con tutte le sue genti che militavano in questo esercito della lega alla volta di Lombardia ove la Signoria mandava tutte le genti d’arme con altri soldati che nuovamente aveva per potersi meglio assicurare lo Stato e dominio suo. Restando però il Signor Provveditore in Faenza, il quale la stessa mattina introdusse in Faenza alcuni Capitani francesi e lì banchettò e dopo furono accompagnati fuori dalla città amorevolmente dal Provveditore e dal Signor Astorre.

 

(prosegue il testo principale )

Avendo il Duca Valentino già condotta la Signora Caterina come trionfante in Roma e consegnata ad Alessandro pontefice ponendola prigioniera e fattosi investire delle medesime città d’Imola e di Forlì e in vista dell’investitura avutone il possesso attuale con il giuramento di fedeltà dall’uno e dall’altro popolo per mezzo d’un corriere apposta spedito da Roma a queste città come procuratore del Valentino finalmente ritornò in Romagna, avendo con molta facilità sottomesso tutto il resto della Provincia di modo che  restava solo la città di Faenza da ridurre alla sua obbedienza, e pensando la medesima facilità dell’altra soggiogarla, venne a Forlì, la quale era già sua, come ho detto, al 3 di novembre con 15.000 persone e molta artiglieria.

La città di Faenza stava con intrepido cuore ad aspettare il Valentino, ne’ si sbigottì punto di così gagliardo e grosso esercito, ne’ dell’esempio delle altre città, anziché dai barbari portamenti del Valentino  e dell’esercito suo verso quelle (cioè le città) quantunque si fossero senza alcuna resistenza arrese e datesi in potere aprendo le porte come ad amico, stava ogni ora più salda e risoluta di difendere lo Stato al Signor Astorre anche con spargimento di sangue di morti, manifestando di non sottomettersi al Valentino e perciò non mancava delle provvigioni necessarie e di stare nell’avviso di guerra, continuando tuttavia alla difesa della Rocca come castellano il Signor Giovanni Evangelista Manfredi, coi quattro dei “sedici uomini di guerra” e avendo già il Signor Astorre rimesso tutti i contumaci e fuorusciti e confinati del suo Stato di qualsiasi voglia censo e condizione, tra i quali fu rimesso il Reverendo don Sebastiano Zaccaria canonico faentino precettore del Signore (Astorre), uomo dotto e di belle lettere esiliato dal Signore fuori dallo stato, del quale canonico Zaccaria anche si vede un libro di lettere latine stampato e scritto ad alcuni cittadini di Faenza,di molti fatti occorsi e particolarmente dell’assedio e batteria del  Valentino contro la città nostra, come dirò a suo tempo, secondo che io ne ho ritrovato memoria e se ne fa menzione in dette lettere dello Zaccaria, che si trovano presso di me.

Giunto che fu il Borgia a Forlì, mandò subito nella valle di Lamone Vitellozzo con 500 cavalli a pigliare Brisighella e le fortezze della valle per l’intendimento che aveva con Dionigi Naldi, il quale lo introdusse in Brisighella e nella fortezza (=la Rocca) con molto dispiacere degli uomini della Terra, quali unanimamente amavano il dominio dei Manfredi così come anche era creduto, presi da questo sentimento lo stesso Dionigio. Per cui molti di quelli uomini fuggirono verso Fognano gridando: Astorre-Astorre! S’impadronì della Torre del gesso e Dionigi Naldi diede fuoco alle case dei Bosi e di quelli di Castagneto. In questa occasione ebbe la Rocca di Rontana, della Pietra (mora), la Rocca di Ceparano e tutte le altre rocche della valle senza contesto, eccetto  quella di Monte Maore (=Mauro), come dirò apresso. La causa per la quale Dionigi sì convertì a mutare parte alcuni dicono che fosse un certo occulto sdegno che ritenesse nel cuore che il Signor Astorre fosse Signore e non Ottaviano suo cugino, figlio del signor Carlo, desiderando egli più questo di quello. Altri vogliono che fosse il desiderio che egli aveva di servire a maggior principi che non erano i Manfredi, facendosi lecito in quel tempo i condottieri d’armi di mutar servitù secondo che  loro tornava bene. Ma altri che si stimavano di sano parere dissero che ciò fu fatto da Dionigi per vendicarsi della confinazione e bando che Vincenzo Naldi pochi anni prima aveva patito dal medesimo signor Astorre, come ho detto di sopra, per aver finto di non curarsene, facilmente gli era succeduta l’occasione di vendicarsene con maggior danno e perdita del Signore e in verità fu stimata poca prudenza per questa causa anche solamente il fidarsi questa Valle e le fortezze in mano di Dionigi, come si era fatto. Ma, come si fosse, quando venne la nuova nella città, cioè che Dionigi s’era unito al Valentino e gli aveva dato in mano tutte le fortezze, parte delle quali le ebbe molto malandate e se ne rattristò grandemente, parendogli di aver fatto di primo colpo una gran perdita e tanto più in quanto si reputò ingiusta, essendo che sopra la città di Faenza poteva il Papa avere qualche ragione “saltem (=almeno)” collonata” (proprietà concessa con contratto di colonia) per essere feudo loro concesso in Vicariato a quella Signoria con alcune condizioni come si è detto, ma sopra  Brisighella e la Valle di Lamone non vi poteva essere cosa alcuna perché era suo patrimonio e contea, parte avuto in eredità dai Fantolini e parte comprata dagli uomini di dette famiglie, conti della valle, e perciò detti Signori Manfredi erano conti di Val Lamone e padroni assoluti per la ragione detta.

Fu intorno a quel tempo che non si facesse il Valentino lecito sotto pretesto che il Signor Astorre fosse zimbello della chiesa non avendo voluto amorevolmente restituire alla Chiesa la città di Faenza coi suoi castelli dei quali ne era assoluta padrona quantunque ne fosse stato più volte ricercato e munito da parte del Pontefice con buone ragioni secondo lui e che anche contro di essa stava ostinato e che aveva avuto ordine di prendere le armi contro sua Santità. Avuta la nuova della perdita della Valle, fu immediatamente convocato il Consiglio sopra ciò, nel quale furono dette varie cose tanto contro Dionigi, come intorno alle provvigioni che si potevano fare. E finalmente fu animosamente concluso che volevano difendere il dominio dei Manfredi fino alla morte, conforme all’altra risoluzione sopra ciò presa, e discacciato ogni timore stavano preparati alla difesa, secondo faceva di mestiere,ratificando inoltre al Signore la promessa di sovvenirlo di denari secondo le loro forze, così come in effetti molti rinnovarono la promessa altre volte fatta di dagli l’infrascritta quantità di denari.

Perciò il 26 di novembre, giorno della festività di San Emiliano, uno dei protettori della città, il Signor Astorre 3°, figlio del fu Signor Galeotto del Signor Astorre 2°, accettando la promessa fattogli da molte persone della città in un Consiglio pubblico, di spendere la vita, robe e ogni altra cosa in sua difesa e parimenti l’offerta di molti che gli promisero denari per sostenere la guerra, mossogli dal Duca Cesare Borgia, comparve in palazzo e alla presenza dei signori Anziani e dei  signori sedici uomini del popolo della guerra eletti per la difesa di detto Signor Astorre e per beneficio della città e popolo, promise solennemente e si obbligò a restituire a ciascuno tutto quello che gli era stato promesso e dato nel suddetto Consiglio, ad ogni loro richiesta e per il Signor Astorre garantirono messer Gabriele di Gasparino dei Calderoni e messer Pietro di Nicolò degli Spada o Amadori,(del ramo di Amatore Spada) come appare in un atto pubblico rogato da Girolamo Moncini notaio pubblico faentino e cancelliere dei signori Anziani, i nomi dei quali sono questi e i nomi dei “sedici della guerra” sono quelli. I nomi di chi a prestato denari sono questi     (l’Azzurrini indica un certo libro dove sono indicati tali nomi, che noi conosciamo come il Liber Rubeus). (Manca una riga nelle fotografie fatta da Lucio Donati (…))    

Non voglio tralasciare di dire che l’esercito del Valentino nel territorio di Bagnacavallo fece un grandissimo bottino di bestie, ma un tal Achille Tiberti che doveva essere (aggiunte a margine) in Bagnacavallo di guardia o di governo saltò fuori con tutto il popolo e si fece una buona scaramuccia nella quale Achille rimase ferito e morto un Battista Carradore e altri e i cavalli usciti a predare i quali erano pochissimi furono sforzati abbandonare il bottino ma si salvarono tutti senza alcun nocumento. Il 26 di novembre il Valentino condusse l’esercito su quel di Faenza e fu dentro la Cerchia e prima di ogni altra cosa mandò a pigliare Oriolo, Russi, Granarolo e Solarolo, luoghi sottoposti alla giurisdizione di Faenza e ai Signori Manfredi, quali si arresero senza fare una minima resistenza e le scritture che io ho viste chiamano i castellani di quei luoghi tutti traditori. In Oriolo era un Matteo dagli Angeli, in Russi sono nominati un Federico di Guzzo, ser Bernardo di Giacomino, Pirone Guazzo, Ambrogio Ventura e altri che erano dentro la Rocca, e arresi che furono mandarono a dire al Signore che gli mandasse soccorso, altrimenti che si sarebbero arresi, e pensavano con questa scusa e  in questo modo di coprire la loro vigliaccheria.   In Granarolo era Galeotto di Barbiano. In Solarolo era Giacomo Filippo di Burzo il quale accordatosi con Antonio Baldassarri e con Francesco Scardovi e altri pure degli Scardovi, diedero il castello al Duca e si mostrarono poco fedeli al signor Astorre, i quali però in premio della loro poca fedeltà furono saccheggiati dagli stessi soldati del Valentino ai quali si erano dati. Fra tutti coloro che erano nelle fortezze dello Stato, Comparino di Ciruno, che era castellano  di Monte Mauro, mostrò fedeltà e animo generoso perché, essendo andato Vitellozzo per prendere la Rocca di Monte Mauro, Comparino saltò fuori e gli uccise 12 soldati e ne ferì molto di più e lo pose in fuga e gli tolse targhe (scudi) balestre, scale e armi con le quali voleva combattere e assaltare la Rocca e li fece tornare indietro con poco onore. Questo fu quanto sangue si sparse nella perdita di tante fortezze. Ma Comparino poi fu costretto, per difetto di vettovaglie, di abbandonare la fortezza, la quale finalmente venne nelle mani del Valentino.

 Frattanto contro l’esercito del Valentino, che restò accampato sotto la città, i Faentini saltarono fuori e attaccarono una grande scaramuccia nella quale furono tolti ai nemici alcuni cavalli. E il 29 di novembre il Valentino, radunato insieme tutto l’esercito, che era di 15.000 persone, sotto la città dalla parte del Borgo fece piantare la sua artiglieria quasi sotto le fossa e fatta la batteria il giorno seguente, che fu l’ultimo di novembre, diede un assalto e la battaglia durò dalle ore 18 fino alle 21, nella quale montarono su due insegne dei nemici gridando:Duca- Duca!, seguite da molta turba ma durò poco questo grido poiché donna Diamante, figlia di ser Bartolomeo Torelli, buon cittadino, ne tolse una combattendo virilmente e con glorioso plauso la consegnò ai Capi della città e l’altra fu ribattuta da altre donne nella fossa e molti soldati del Valentino (furono) uccisi e ancor più feriti, senza molto danno di quelli della città. Venne ucciso in questo assalto un nipote di Virginio Orsini che essendo persona ragguardevole, si fa menzione particolare, degli altri non si fa parola.

Nessuno deve meravigliarsi ne’ prendere sospetto che il fatto coraggioso, di donna Diamante e delle altre donne faentine narrato, non sia vero poiché venissero nell’espugnazione, più volte tentata dal Valentino contro la città e durante le batterie, le donne faentine si mostrarono non meno marziali e pronte al combattere, nei confronti degli uomini e giorno e notte prontamente attendevano sopra le mura alla guardia della città e nei bisogni combattevano, come più precisamente dirò secondo ricercherà la narrazione del fatto. Bastami ora a gloria loro di assimilarle alle donne Bellovaci che essendo ormai stanche per il  lungo assedio sostenuto da Carlo duca di Borgogna, esse difesero le muraglie e dalle scale gettavano nelle fosse gli assedianti, riportandone gli stendardi nemici nella città.

Il 3 dicembre Vincenzo Naldi venne all’Osservanza con salvacondotto del Signore e chiese di parlare coi sedici della guerra, ai quali si sforzò di persuadere che volessero consegnarsi al Duca Principe grande e potente, dal quale potevano sperare maggiori benefici e difesa più sicura che da un debole Signore ed esporlo alle offese di ognuno. Risposero i faentini che se non era venuto per altro, poteva benissimo rimanersi (=astenersi) da questo ufficio, poiché oltre che non era costume loro di rompere la fede ad alcuno e inoltre semplicemente non che data con giuramento come al Signor Astorre.

Avevano deciso in un Consiglio generale di difendere il dominio dei Manfredi fino alla morte.

In questa opinione si confermarono maggiormente avendo sentito che in Forlì era stato ucciso un cugino del Duca sulla piazza per avere voluto levare a uno  la moglie per forza oltre alle altre che prima s’erano intese e narrate come sopra. Vedendo il Duca che non per forza ne’ per piacevolezza gli veniva fatto di sottoporsi Faenza, pensò di tentare ancora la via dell’inganno e condusse Dionigi Naldi a scrivere a Faenza a mezzo posta, così come aveva fatto scrivere ad altri per fare la cosa più credibile come detta da molti, cioè che tutta la Valle gridava Astorre-Astorre!, che volessero mandare soccorso, con l’aiuto del quale potessero favorire la buona (nuova) che aveva la Valle verso detto Astorre e levarla dalle mani del Valentino. Era in Faenza un conte Bernardino con alquanto presidio, il quale era stato nominato in quel tempo per capo delle Armi, ma da chi fosse mandato e di che (valore) fosse non ho trovato menzione alcuna. Avevano pensato di tenere questo conte con gran parte delle genti nella Valle e con le insidie che gli avevano tese per tutto mandarlo a male e debilitare la città col privarla di quel presidio, ma la città, immaginando una tal cosa, massimamente suggerita da uomini della montagna dalla quale non venne mai cosa buona eccetto che tempesta, se si può dire cosa buona, non mandò alcuno. E non potendo credere il Valentino che non facesse qualche movimento, mandò Vitellozzo a spiare fino a San Giuliano. Per cui il Valentino, rassicurato da più riscontri che i faentini non erano uomini da prendersi “al boccone”, come si dice per proverbio, e che non gli riusciva cosa alcuna e che i ghiacci e la neve erano sopraggiunti, che impedivano lo stare  alla campagna, deliberò di ritirare l’esercito alle stanze e fatto il giorno di Sant’Andrea (=30 novembre) spostò i soldati nelle città e castelli vicini. Nel levare dell’esercito, gli diedero nella coda (cioè retroguardia) i faentini che uccisero alcuni soldati e gli tolsero dei moschetti che condussero dentro la città, con festosa allegrezza. Riceveva però il contado grandissimo danno dall’esercito del Duca, con bruciare case in campagna, gettando a terra chiese, spogliare d’ogni cosa, tagliare alberi e viti, sì per necessità che avevano da far fuoco, come anche per desolare del tutto il territorio e contado dominato da grosso e potente esercito nemico, crudele e barbaro per lungo assedio.

1501- 

Durante l’inverno, che fu assai gagliardo, nel principio dell’anno non sì cessò, da una parte e dall’altra, di molestare con continue fazioni e scorrerie, che il conte Bernardino suddetto con la milizia faentina si spinse fino a VillaFranca e  bestiame e altre cose condusse nella città un bottino di valore di scudi 4000.

Il Duca, con buon numero di soldati, tentò una notte di scalare le mura del Borgo, pensando di non trovare le guardie, che confidando nell’asprezza dell’inverno fossero negligenti,  ma le trovò vigilanti e fu cacciato con non poco furore e si ritirò. Venne il Duca dopo 8 giorni per entrare nel Borgo, ma sempre gli venne fallito il pensiero, ne’ mai potè effettuare cosa alcuna e fra le altre cose una notte, o per negligenza delle sentinelle o per qualche intendimento che avesse dentro la città quando le guardie lo sentirono, aveva messo sopra le mura fino a 10 spagnoli e ne metteva altri se non fosse stato impedito e furono dalle nostre guardie presi quelli e impiccati e in questa maniera si continuò tutto l’inverno e si stette in un assedio lungo fino a primavera, nella quale sapendo di certo la città che il Duca con il suo esercito si sarebbe avvicinato e avrebbe fatto ritorno per assediarla più strettamente che fosse possibile, tentando di nuovo con maggior ferocità non solo per assediarla ma per batterla e usare ogni barbara crudeltà in campagna per arrivare a questo suo sfrenato e ingiusto disegno, potendosi ormai stare in campagna, per provvedere di ogni cosa che potesse mettere discordia nella città che aveva bisogno di stare unita.

Si ridusse tutto il popolo in Duomo e ivi d’accordo fecero questa legge confermata con giuramento, che nessuno che avesse odio o inimicizia con altri non pensasse durante la guerra farne vendetta, ma si adoperassero  le armi contro il nemico, che molestava la città, essendo cosa giusta anteporre il pubblico interesse al privato, siccome aveva finora costumato di fare i Faentini. Questa risoluzione fu fatta il Sabato Santo. Fu perciò il giorno seguente festività solennizzata della resurrezione di nostro Redentore, pubblicate dal Predicatore per comune consenso di tutto il popolo, nello stesso Duomo. Avevano i Faentini ancora fatto in inverno, mentre avevano avuto tempo, un bastione per giunta a difesa della Rocca, di tante piazze che riceveva un numeroso presidio, non potendo credere che i Veneziani e i Fiorentini, che avevano promesso di soccorrere la città per molti loro interessi principalmente, fossero per mancare della loro parola. Da questo e da altre provvisioni che furono fatte dalla città conobbe benissimo il Signore la fedeltà dei faentini e perciò come esso si risolse di non partirsi dalla città conforme al parere dei medesimi Faentini come si è detto di sopra.  

Il 3° giorno di Pasqua, che fu il 13 aprile, procedendo già l’assedio per bene, venne di nuovo il Duca con tutto l’esercito con ferma risoluzione o di avere la città in potere suo, o di perdervi l’esercito, ed essendosi accampato dalla parte dell’Osservanza, vedendo che in quella si era messa una buona squadra di giovani forti e animosi i quali avevano preso ad offendere quel luogo da tante forze nemiche, sdegnato di vedersi così poco stimato da quel popolo, maggiormente deliberò avanti ogni altra cosa espugnarlo intorno al quale vi consumò 3 giorni, dopo i quali quella gioventù si ritirò nella città per difenderla acciò che il nemico da quella parte non entrasse poiché le continue botte di artiglieria ne avevano sfasciata una parte, avendo gettato il muro attorno, ma non di meno restava più che mai confuso il Duca nel vedere che così animosamente era difesa non solo la città e impedito il passo, ma che riceveva notabilissimo danno nel suo esercito, non essendo rimasto nella città persona di qualsivoglia sesso, età, grado e dignità, che non avesse preso  le armi e non combattesse, ne’ facesse tutte quelle fazioni che erano necessarie in tanto pericolo. Ma rivoltatosi il Duca con tutte le forze alla Rocca, piantate le sue artiglierie, di primo colpo prese il bastione, il quale si prese per non aver soldati abbastanza che lo difendessero e con 1660 tiri spianò in maniera la cortina da una parte, che vi sarebbero andati i carri, essendo però malamente trattati i suoi che coloro che erano nella Torre Imperiale e nei torrioni e nello stesso tempo si attendeva a guardare la città da tutte le parti perché in essa vi era tanta gente quanto poteva bastare per combattere, per difendere e per offendere mutandosi alle fazioni giorno e notte che scambievolmente si facevano da uomini e donne armate e disarmate con danno del nemico, il quale pure continuando pertinacemente la principiata fazione intorno alla Rocca con tanta rovina, strepito e rimbombo che da ogni parte si sentiva, ruppe anche il ponte per il quale dalla terra (=città) si entrava in Rocca, acciochè con altri assalti che fosse per dare non si potesse soccorrere.

Intanto la città non mancò nel medesimo istante di ricorrere a rivolgersi al divino aiuto, secondo il costume dei suoi passati (=antenati)  con voti e orazioni acciò  che Iddio non permettesse di rimanere prigionieri di questo esercito nemico tanto incrudelito contro la città, la quale altro non poteva sperare da quella barbara crudeltà e fiere scelleratezze, stupri, incesti, sacrilegi, adulteri, furti e morti obbrobriose e miserande, mai fosse per sua pietà e misericordia libera e sicura così come giorno e notte ed abbondanza grandissima di lacrime era devotamente pregato dalle verginelle che processionalmente con gran numero con le chiome sparse e i piedi nudi, umilmente vestite, con orazioni visitavano i sacri templi. I fanciulli similmente, coi piedi nudi, seguendo la croce santa salutifera e vittorioso stendardo per tutta la città devotamente, pregavano per il divino aiuto; le matrone, vedove e altre, che per diversi motivi non erano idonee al guerreggiare, prostrate davanti alla Vergine Santissima, in tutte le chiese, restavano per la comune salute.

Il 18 aprile il Duca Valentino, messo di nuovo in ordine l’esercito e l’artiglieria per dare un altro fiero assalto, avendo nel frattempo fatto accomodare diversi ripari e ordigni da guerra con incredibile celerità, da potere difendere i suoi, e fuggire la tempesta delle balle, pezzi, fuochi e sassi, che dai nostri erano soliti ricevere con grandissimo danno  per loro e senza dubbio gli avevano impedito il corso della bramata loro vittoria, e salvezza e indifesa la città, essendosi ora (accostata) la batteria con grande impeto, fece dare nelle trombe e tamburi per il suo esercito per segnale di un generale assalto e furono nel medesimo istante sparate le artiglierie facendo il fumo di quelle una nuvola che, ricoperta la maggior parte dei suoi nel presentarsi che facevano alla batteria, di modo che diede il vantaggio e aiuto che parendo  fra le batterie, si accostarono molti dei nemici alla muraglia e spingendosi l’un l’altro mentre quelli di dentro attendevano assiduamente al combattere, diedero aiuto a Matteo della Volpe imolese che era soldato del Valentino che montò su la muraglia, ma subito scoperto dalle donne della città che coraggiosamente attendevano alla guardia combattevano e soccorrevano i combattenti loro mariti e patrioti, fu ribattuto indietro e frettolosamente discendere, restando completamente privo di un occhio  come poi oggi si vede scritto sopra un legno davanti alla cappella della Santissima Madonna dei Frati d’Osservanza d’Imola, con queste parole: Thadeo a Vulpe qui sub Valentino duce in expugnatione faventie animose murum ascendit et oculum amisit.

NB nota scritta a margine nella pagina precedente “….

… nello stesso tempo fecero i Faentini un nuovo ponte nella fossa per poter dare soccorso a coloro che combattevano con moltissimo pericolo, ma se ne accorse il Valentino che sollecitò la batteria per impedire loro, ma costretti contro le armi sue gli diedero compimento”. L’assalto così gagliardo e fiero con continua batteria durò 3 ore, quale con intrepido cuore fu sostenuto dai Faentini. Sì combattè da una parte e dall’altra gagliardamente e coraggiosamente, in modo che pareva che ogni cosa prendesse fuoco e che subitamente la città, per lo strepitio delle armi e rimbombo d’artiglieria e fra il suono spaventoso delle voci tramontane e fra le lamentevoli grida degli uomini e donne faentine e della rovina delle mura e parti di torrioni che andavano cadendo per terra e che a forza di artiglieria andavano con gran spavento per aria, mostrando che la vittoria inclinava ora in una, ora nell’altra parte, (seguono molte righe cancellate) ebbe però vantaggio il Valentino che  potè rinforzare la batteria facendo le mute dei combattenti come fece, poiché dopo aver buttato a terra da metà in su o (giù) mancò l’altra che si chiamava dell’Imperatore, la quale era la maggiore che fosse nella Rocca e rinforzò l’assalto con tre battaglie tripartite (=tre assalti diversificati), la prima di Francesi, la seconda che subentrò fu di Spagnoli, la terza fu di uomini di Val Lamone e sebbene come ho detto, l’assalto fu crudo e terribile e continuò per tre ore, non di meno alla fine la vittoria fu dei Faentini che difesero la città molto animosamente e il Duca si ritirò, mentre di dentro ne morirono pochi (di uomini) e nessuno di considerazione, eccetto un connestabile Ploia di Marradi.

Dei nemici, connestabili e signori assai e soldati francesi ne furono ritrovati morti più di 400, come si intese certo per una rassegna che fu fatta dal Valentino della sua gente il giorno seguente. Il Duca dopo aver ristorato il suo esercito con abbondante copia di rinfrescamenti venutigli dalle città e castelli circonvicini ed essersi rimesso di nuove forze di fanteria e cavalleria del paese, si risolse, quantunque spaventato di voler dare il 3° assalto per altro disperato partito anche ponendo la sua gente a manifesto pericolo di morte, per cui, secondo questa determinazione presa con quei pochi capi dell’esercito che gli erano restati vivi, di nuovo si accostò alla città che fu il 21 del mese di aprile con tutte le sue forze per fare prova in tutti i modi d’acquistare la Rocca, sdegnandosi con sé stesso che non potesse espugnare un popolo privo di presidio e difesa e che aveva per Principe un fanciullo. Rassettato dunque l’esercito con buon ordine ai suoi posti ed aggiustata l’artiglieria e i soldati, sebbene sbigottiti che l’esercito infelice delle altre fazioni, erano non di meno più decisi, inviperiti e tutti pieni di furore di combattere, non pensando ad altro che al vendicarsi di tanti che di loro erano rimasti in terra morti per pascolo di bestie (!) davanti ai propri occhi e stavano pronti per dare l’assalto.

Quando i Faentini che di certo conoscevano che il suo bene e  la sua salute non stava nel fuggire ma sebbene nel combattere risoluti però di morire con restare impedita con le loro famiglie di così barbara gente all’improvviso con molti tiri si diedero ad offendere il nemico e attaccata una fiera battaglia diede il Duca un asprissimo assalto che durò altrettanto di quello passato, con tanto rumore e strepito, fuoco e fumo di artiglieria, moschetti, cannoni, falconetti e altri strumenti bellici che da ogni parte facevano gran male e danno, con uccisione di molti con causargliene singulti, pianti e strida fremendo ognuno come arrabbiati leoni in modo che pareva propriamente che vi fosse aperto l’inferno, tanto più perché dalla Rocca si sentiva ben spesso rovinare muraglie, tetti, cortine e ogni edificio che veniva percosso da moltitudine grande di botti d’artiglieria,  per la qual cosa il Duca ebbe molte più speranze, che nelle precedenti fazioni (=azioni), di superare la città (=cinta) ed entrare e di farsene padrone, ma infine, come a Dio piacque, i Faentini, stando forti e non temendo di morire, ma combattendo animosamente con gran danno dei nemici, si difesero, e la vittoria fu dalla parte della città e il Duca, tutto pieno di ira e di rabbia, come confuso, vedendo il caso disperato, ritirò la sua gente, insicuro, con animo d’abbandonare l’impresa e appigliarsi ad altro. In questo assalto morirono persone assai da una parte e dall’altra. Al Duca ne mancarono 600, alla città molti ancora, ma i più per una loggia che era in Rocca, rovinata da più tiri d’artiglieria, con appresso molta gente che vi stava raccolta per soccorrere, dove occorreva, coloro che combattevano.

In questi assalti non voglio mancare di replicare per onore del sesso femminile come cosa straordinaria, che furono di grande aiuto le donne, le quali portavano il cibo e molti rinfrescamenti ai combattenti, e occorrendo menavano le mani e con frecce e sassi notabilmente recavano danno al nemico e infine dato di mano alle armi, coraggiosamente combattevano non cedendo d’ardire e d’animo virile alle bellicose donne Lacene di Sparta ne’ antiche Arabe, che come i loro mariti, cinte dalle medesime armi combattevano, ne’ alle Argive che sotto la condotta di Telessilla nobile cantante, difesero le mura della patria, spinsero indietro Cleomene re di Sparta, scacciarono Demarato re e liberarono da pericolo tremendo la città loro, e ad altre donne bellicose, antiche e moderne.

In queste batterie e compattimenti seguiti fra la città di Faenza e il Duca Valentino già sin qui narrati, fece una prova d’ardimento un cappellano del Signor Astorre Manfredi 3°, il quale essendo stata giudicata degna di memoria non ho voluto anche io tralasciarla, ed è questa. Il Signor Astorre aveva un cappellano di Val Lamone della famiglia dei Galli, che oggi in Faenza viene detta della Castellina, il quale aveva nome Ettore, figlio di Marco di Guiduccio di Gallo, di tanta forza di corpo che con le mani spezzava un ferro da cavallo, e cavava un pezzo di ferro piantato in quercia o altra dura materia. Questo prete, per l’amore che portava al suo Signore, restò sdegnato di maniera contro Dionisio Naldi dell’atto che egli aveva fatto al Signor Astorre, comune padrone, nel suo maggior bisogno, unendosi col suo nemico, avendogli consegnata la Valle in mano, e altri tentativi contro di lui fatti, come si è detto di sopra, e gli portava tanto odio che pensò di fare un atto non da sacerdote, ma da bravo e animoso soldato e conforme al nome che aveva di Ettore, un giorno, in occasione di scaramuccia, in cui spesso veniva coinvolto Dionigi, fece in modo di avvicinarlo mentre era a cavallo, e lo tirò giù dalla sella e se lo mise in spalla, portandolo verso la città, ma qualcuno venne in soccorso di Dionigi, rimanendo ferito il Galli.

Finita poi la guerra e arresasi la città coi patti, come fra poco dirò, il prete andò ad abitare in Firenze per timore del Duca Valentino che era divenuto padrone e mancato il dominio dei Manfredi, ed abitando a Faenza il detto Dionigi, andò a stare a Firenze perché i Galli della Castellina avevano origine dagli antichi Galli di Firenze dei quali Federico dei Galli fu fatto cavaliere da Carlo Magno, così come ricorda il Malaspina storico fiorentino, che fin dal 1281 questi Galli sono ricordati da Giovanni Villani, da Dante e dal Boccaccio. Merita l’atto di questo prete Ettore di Val Lamone e io aggiungo anche per narrare le sue discendenze dai Galli antichi cittadini fiorentini, come di sopra, che nel 1268 furono condannati per sediziosi ghibellini neri e Guiduccio figlio  di Lotterio dei Galli; nel 1280 Lapo figlio di Guido dei Galli fu confinato per sentenza del Cardinale Latino, per conto del Papa, che lo mandò a Firenze per occasione di guerra civile per i medesimi cittadini di Firenze ( fu mandato anche come Legato in Romagna, come già detto). Nel 1284 lo stesso Lapo e Bernardo suo figlio furono condannati, come è registrato nelle Riformazioni di Firenze, per le quali turbolenze tre di loro scesero gli Appennini e si stabilirono alla Castellina, località a quel tempo notevole, che confina con lo Stato fiorentino, nella quale località vi possedettero per lungo tempo gran parte del villaggio e perciò furono poi detti “Castellini”, come oggi, raffigurando nello stemma loro tre galli sopra un castello, con una “fede” sotto. Sebbene lo stemma dei Galli antichi era un gallo solo, come ho visto in sigilli rimasti finora presso i Castellini; l’alterazione dello stemma non so da dove derivi, sebbene che in un documento di compera viene nominato il suddetto Guiduccio, che si trova nell’archivio di Brisighella del 1439. Ora questo basta per onorevolezza per la suddetta impresa del prete dei Galli, della quale ho visto memoria in un manoscritto delle cose faentine nella biblioteca di San Domenico.

Seguitando il mio discorso circa l’assedio e la guerra della città di Faenza, il Duca Valentino, avendo visto la bravura e la fermezza dei Faentini nel mantenere la fede al Signor Astorre e nel difendere la città, con gran danno del suo esercito, aveva talmente perso la speranza di poter conseguire la vittoria, che più presto stimava fosse meglio partire e andare ad altra impresa, e mentre si tratteneva in queste considerazioni coi capi del suo esercito, i quali più tosto erano propensi all’abbandonare l’impresa, piuttosto che intraprendere altra batteria e consumarsi in lungo assedio, considerando per certo che stesse per giungere grosso e poderoso soccorso per vedere in loro ognora crescere l’ardire e insieme il disprezzo delle armi nemiche, quantunque, fossero stati a molte altre città formidabili e di gran tenore. Non mancò chi tradì la propria patria per cui si impose fine a tutta la guerra.(……) Un Bartolomeo Graminante (ma è Garminante) della parrocchia di San Lorenzo di fronte alla chiesa di San Antonio di Porta Montanara, trovandosi una notte come sentinella, pensando fra sé agli assalti passati, come detto, andava immaginando che sebbene il Duca si era alquanto ritirato come perdente, non di meno avendo un esercito numeroso e potendo accrescerlo a sua voglia, e solito a vincere, credeva che non fosse per desistere dagli assalti, fino a che non avesse raggiunto il suo intento. D’altro canto, vedendo il poco presidio che aveva la città e alcune zone deboli e mal fortificati, gli sembrava di vedere che se la città avesse perseverato in questa sua volontà di resistere e di opporsi, combattendo col Duca, potesse infine essere presa per assalto e andare in rovina. Pervaso quindi da questo timore, per quanto poi dal medesimo si venne a sapere, decise di provvedere a sé stesso e si calò giù dalla muraglia e andò nel campo e condotto davanti al Duca, gli rivelò che la città si ritrovava in pessimo stato, senza soldati forestieri e quei pochi che aveva, quasi tutti negli assalti e nelle altre azioni, erano rimasti feriti e la città senza denari per pagare la soldatesca, e gli espose che pochi giorni prima il Signor Astorre aveva fatto una “cerca” (=colletta) fra i cittadini di denari in prestito per sostenere la loro guerra e che non aveva raccolto granchè, e di più gli mostrò le zone deboli della città.  Le parole e l’avviso di costui diedero tal aiuto e rincuorarono il Duca che si era perso d’animo di prendere la città e di “andare con Dio” voltando le spalle all’assedio, per cui ritornò nel pensiero di prima di combatterla e si diede di nuovo alla preparazione di un altro crudele e terribile assalto, tanto più perché quello stesso avviso e altre ragioni più intime e potenti contro la città, che scoprivano al nemico ogni segreto di quelle, per mezzo di più biglietti di sorta accomodati alle frecce e alle balestre e gettati nel campo nemico (alcuni cittadini avevano lanciato biglietti nel campo del Valentino con notizie sulle difese della città !!) L’intese più sicuramente il Duca e si assicurò nello stesso di quanto gli aveva detto il Garminante sentinella e altri cittadini ben informati della città,ma traditori e ribelli di quella e del suo Signore contro le loro promessa e giuramento, oltre all’obbligo naturale che ciascun cittadino deve alla sua patria e al suo pubblico, anche con disprezzo del particolare e proprio interesse.  

Fin qui i Faentini d’ogni sesso e d’ogni età e d’ogni condizione avevano fatto più di quello che avevano potuto per conservare ai Signori Manfredi il loro dominio, e difendere se’ stessi dalle barbare mani del Valentino e il suo esercito, con aver tollerato 6 mesi di assedio con la rovina della loro città e contado, con aver esposto sé stessi e la gioventù loro in particolare ai pericoli della morte e alla morte stessa in tanti assalti, combattimenti e batterie, consumati dalla fatica e nelle vigilie, essendo smantellate in più luoghi la città a causa delle tremende botte d’artiglieria nemica, rotte e fracassate le mura della Rocca con la rovina delle sue torri e bastioni, dissipato tutto il contado con incendi di case e chiese e luoghi sacri e religiosi,incisione totale degli alberi, mortalità del bestiame e finalmente dissipato ogni frutto, che si poteva sperare dalla terra, per sostentamento della città e i suoi figli, le quali cose in ogni tempo faranno certo testimonianza della fede e costanza della città e che, come ho detto, ha fatto più di quello che poteva e che era creduto dalle città circonvicine che senza prendere le armi, intimorite da così formidabile esercito avevano ceduto alla potenza della Lega e datesi in dominio del Duca Valentino,al quale arditamente e coraggiosamente mostravano di prestare questi colpi di cattiva fortuna e non stimare ogni sinistro incontro, ma più che mai desiderosi di combattere e guerreggiare con lui, sebbene fossero ridotti al verde, sia di munizioni che di vettovaglie e di denari, per sostenere la guerra e in questo modo di fare avevano ridotto, come parso, il Duca a partire, avendo già radunato l’esercito per incamminarlo altrove, come ho detto.

Ma vedendo i faentini che invece di partire, il Duca di nuovo, così (……), cominciò a rassettare l’esercito e disporlo secondo la convenienza di ciascuno [dei soldati] e con l’aggiustamento dell’artiglieria, mostrandolo preparato per nuovi assalti e nuove batterie contro la città e aver ferma deliberazione o di vincere o di esser vinto in tutto si accorsero benissimo d’esser stati traditi dai loro e che il Duca dai medesimi faentini poco fedeli come era stata scoperta la misera condizione sua, ridotti senza munizione, senza denari, rotta la fede, senza il promesso soccorso che non riceveva, con la speranza del quale fino allora gli era andato sostentando il suo conte Bernardino ora con parole, ora con mostrare lettere che il conte Ranuzzo suo fratello lo conduceva ed era in via, e poteva essere a Bologna o lì vicino e non di meno erano passati 6 o 8 giorni e mai non era arrivato; cominciarono a pensare al fatto loro e a considerare che mentre vogliono fare quello che non potevano per conquistare lo stato al Signor Astorre, non mandino in rovina sé stessi, la città e il Signor Astorre. Per cui sopra ciò fattane lunga consulta dai capi della città e i Sedici uomini della guerra e con intendimento di molti altri nobili e prudenti cittadini, dopo molti discorsi ben fondati e sani pareri con ottime, vere e palpabili ragioni ed esempi, che ora tralascio di raccontare ad una ad una per non replicare in questo luogo, il medesimo detto di sopra, mentre ho ragionato della Consulta e Parlamento di porre veti per essere lo stesso in molti capi, mentre più Faentini considerarono di avere gli uomini poco fedeli ed essere privi d’ogni atteso soccorso ed essere il Duca pienamente informato e che per certa conseguenza delle suddette ragioni la città non poteva ormai più difendersi.

Deliberarono di voler aspettare ancora quattro giorni il soccorso, non arrivando il quale si mostrarono risoluti a voler arrendersi. Fecero sapere tramite un frate dell’Osservanza al Signor Astorre questa deliberazione, il quale gli rispose che gli pareva buona cosa anche per la città, ma li pregava che salvassero sé stessi e la persona sua con le sue robe e che restava molto soddisfatto. Conforme alla risoluzione presa nella Consulta, i Faentini erano pronti ad aspettare il soccorso non solo per il tempo di 4 giorni, come detto di sopra, ma altrettanti ancora che mai( …….)? purchè gli fosse promesso dal nemico con la sospensione d’armi contro la città, ma vedendo di essere in punto di dare un crudelissimo assalto e batteria, con manifesta perdita e rovina della città, del Signor Astorre e di loro medesimi, con buona grazia di………….?

Fatto sapere al Duca che volevano parlare d’accordo perché non sentiva cosa più volentieri, gli concesse che mandassero uomini a trattare con lui e, ricevuti gli ostaggi Faentini, consegnarono la città,con i seguenti Capitoli al Duca Valentino il 25 aprile e subito ai cittadini gratificò gli onori che a lui erano stati fedeli nell’assedio della loro patria.

Capitoli segnati (=assegnati) alla città di Faenza dal Duca Valentino.(…….).

Il 1° maggio per lettere patenti segnate (=scritte) di mano propria dal Duca Cesare a conferma di quanto ho detto circa l’assalto e batteria fatta dal Duca Valentino contro la città di Faenza sostenuti coraggiosamente da questa.

Dell’animo virile e bellicoso delle donne faentine nel difendere la patria loro, della devozione e ricorso al divino aiuto, del tradimento dei nostri nel far sapere al Duca lo stato misero della città, alla fine dell’accordo, e ancora il medesimo Duca con i patti suddetti, mi è parso bene qui registrare due lettere del reverendo don Sebastiano Zaccaria canonico Faentino, una scritta al venerando Padre Domenico Ercolani dell’ordine dei Predicatori in data 14 di maggio e l’altra al venerando frate Bartolomeo faentino dei Minori Osservanti, in data ultimo di maggio, le quali si trovano comprese nelle epistole latine del canonico scritte a diversi, al foglio 42,le quali ho presso di me e sono le infrascritte (vedi in detto libro come sopra).”

Biblioteca Manfrediana - manoscritto nr.72/11

Trascrizione dall’originale di Bernardo Azzurrini di Lucio Donati

“Dalle soprascritte cose sin qui succedute tanto contro la città di Forlì, sebbene gli si fosse arresa senza alcuna resistenza, quanto contro la Signoria. I faentini più si rendevano pronti a patire ogni disagio e calamità e mantenere la fede più volte datala loro Signore, onde mentre il Valentino attendeva alla batteria della Rocca e fortezza di Forlì e (i) Faentini attendevano a fortificare la città e moltiplicare le provvisioni che giudicavano necessarie  essendo certi che finita la guerra di Forlì toccava a loro la “beneficiata”. E perciò il conte Guido Torello consigliava, seguendo il parere del Signor Bentivoglio, che così gli aveva scritto, che il Signor Astorre si levasse dal pericolo e si mandasse a Venezia o in qualche altro luogo sicuro. Gli uomini della città furono di contrario parere, stimando loro che la presenza sua avesse ad accendere gli animi dei cittadini alla difesa e indurre timore a coloro che amavano le sedizioni e le novità. E poiché questa opinione fu giudicata volendo difendersi di maggiore giovamento, vollero che stesse nella città in quel pericolo che stavano gli altri. Questa, per dire il vero, fu migliore risoluzione che quella che fecero in fin della guerra dopo  i patti e le capitolazioni dell’accordo, quando diedero il Signorino nelle mani del Borgia che allora era il tempo di mandarlo fuori e levarlo dagli artigli di quella Tigre crudele che divorava la nobiltà d’Italia, come appresso dirò. Si diedero poi ad assicurare la Rocca nella quale vi era il castellano Nicolò Castagnino, il quale indussero a dare un ostaggio per pegno della fede sua e questo fu un suo nipote il quale fu messo nella Rocca di Solarolo, ma considerato poi questo fatto li parve d’aver fatto male ad aver con quell’atto resa dubbia la fede sua.

E una mattina che il Signor Astorre era andato per entrare in Rocca, là dove era solito d’abbassare il Ponte, abbassò la ponticella, il Signore sospettoso, vedendo che costui voleva far passare per quelle strette, per le quali non può entrare se non uno alla volta, e non volle entrare e ritornò a palazzo, ed ebbe ragione di sospettare perché costui si era lasciato intendere di voler dare la Rocca al Duca Valentino e pigliare il Signore quando venisse in Rocca. Ed erano stati trovati i Capitoli che aveva fatto col Duca, caduti nel fango ad un Guglielmo Tempioni cha li portava al Castellano. La città, scoperti i pensieri e il tradimento del Castellano, che anche prima per molti suoi mali portamenti arbitrari usati crudelmente contro molti dei principali e migliori cittadini della città, si era reso odiosissimo, subito pose grosse guardie alla Rocca, acciò non potesse entrarvi soccorso. Ma il Castellano  visto che non poteva più stare nascosto, cominciò a drizzare e accomodare l’artiglieria verso la Terra (=Città). Allora deliberarono il Signore e i “sedici della guerra” di andare alla Rocca e di tentare la via piacevole, che era l’accordo prima che mettere mano alla violenza e così fecero. E lo persuasero finalmente a rendere la Rocca, salve le persone, la roba e particolarmente quel suo nipote che era ostaggio nella Rocca di Solarolo, come ho detto, e ciò fece tanto più facilmente quantochè vedeva i preparativi fatti per espugnarla e lo scarso numero dei soldati che egli aveva per difenderla. Ma nell’uscire di Rocca, lui e le sue robe, non vi fu via da tenere il popolo che corresse a saccheggiare il bagaglio. E non contento di questo volle che la moglie del Castagnino fosse messa in prigione, la quale era coi bagagli, allegando che un traditore non si deve osservare parola.

Oltre a questo ancora il Signor Astorre e i sedici della guerra fecero provvisioni alle  fortezze della Valle, onde poteva venire munizioni alla città, e le diedero in guardia e le raccomandò a Dionisio Naldi, nel quale molto confidavano. E in questa guisa preparati e provvisti stavano aspettando la venuta del Valentino. E tanto maggiormente poiché i Veneziani e Fiorentini, ai quali dispiacevano l’acquisto (=acquisizione) che faceva il Valentino della Romagna e in particolare della città di Faenza già molte volte a li assecondi loro raccomandata e da loro protetta, e così odiando in segreto questa grandezza del Duca, avendo promesso loro di mandagli aiuto e soccorso.

Privato il Castagnino della Rocca, fu quella accomandata e data in guardia a Giovanni Evangelista Manfredi, fratello naturale di Astorgio III, il quale era di gran valore e prudenza nell’arte militare e ripieno d’ogni buone qualità e affezionato al Signor di buon giudizio ed esperienza, che abitò nella Rocca con quattro dei sedici uomini della guerra. Era il Signor Giovanni Evangelista nel tempo ritornato dalla Valle Lamone dove aveva con somma destrezza quietato gli animi di alcuni che tentavano di sollevare e ribellarsi al Signor Astorre, per la qual cosa la Valle era sotto sopra in tempo di tanto pericolo e sospetto di guerra.

NB Testo (aggiunte) a margine alle pagine 4-5-6-7:

Siccome anche col vostro stare o partire, vi governerete secondo sarà consigliato dallo stesso Provveditore, soggiungendo che dovendo voi partire per Faenza, mi raccomandiate allo stesso oratore e a quelli reverendissimi Cardinali che ci amano e parendogli di tradire l’innocenza e soddisfazione mia e il modo preso dell’(?) e doni per me non manca di pagare il debito e d’essere buon Signore di Santa Chiesa e servitore fedele com’è stato ai miei progenitori costume con altre più cose che si contiene in detta lettera scritta di mano propria dal Signor Astorre come ho detto l’ultimo di gennaio con la quale anco rimesso, 20 d’oro (ducati?) al signor Gabriello (Calderoni) per stare due mesi a casa, questi ha fin oggidì si(……) presso al signor Gabriele Calderoni cavaliere di Santo Stefano, della quale ne ho copia presso di me.

Messer Gabriele suddetto, dopo aver ricevuto l’avviso, come detto, e consultato con l’oratore della Serenissima Signoria residente in Roma e non essendovi speranza alcuna che il Papa voglia pigliare il censo e ricusare sentenza di conducità e censura pubblicate contro il Signor Astorre e purgate di ogni mora che potesse essere in caso di incorrere si risolse di fare il deposito di detto censo “servatis servandis” così con effetto li 10 di febbraio, lunedì,giorno di camera comparve il detto signor Gabriele a nome del Signor Astorre avanti alli Reverendi Chierici e presidenti della Camera per pagare l’attuale debito di ducati 1009 d’oro che pretendeva la Camera dal Signor Astorre facendo (…) istanza d’essere riposto (in…..mente) conto per sentenze nulle, invalide e ingiuste come appare nell’istrumento per il detto deposito rogato da Gentile dei Gentili da Foligno notaio della Camera Apostolica, del quale istrumento ne ho copia presso di me ed è copia dell’autentico istrumento in cartapecora che si conserva appresso il suddetto Cavalier Calderoni.

Nel quale istrumento privato appare anche la risposta data dal reverendo Padre don Pietro Suaglies governatore di Roma a nome della Camera, cioè che piglierà li 1009 Fiorini a buon conto del passato solamente (per) quanto alla (sentenza) e neppure reintegrate e recuperate (…..) dice che altro non si aspetta, ma alla Santità di Nostro Signore al quale lo rimette in tutto e per tutto. E messer Gabriele, udita questa risposta subito, con alcune proteste, depositò il censo suddetto al Banco di Stefano Ghinuzzi e Compagni di Roma perché (…) sborsasse ai reverendi Chierici della Camera fattali la liberazione, assoluzione, reintegrazione (…) si rimanda al rogito Gentili suddetto.

Il fatto che non si diede ad eseguire ogni altro ordine che aveva in commissione e licenziandosi dal Provveditore Veneto e dai reverendi Cardinali(…..) Signor Astorre, si partì e se ne tornò a Faenza dove si fecero maggiori preparativi di festeggiamenti con grandissime amorevoli dimostrazioni, pensando loro di certo che si dovesse accomodare il negozio del Signor Astorre col Papa per molte ragioni e in particolare per la gagliarda premura che avesse in ciò la Signoria collegata col Papa in queste fazioni, sebbene presso il Signor Astorre era il caso suo fosse per lettera di Roma del 23 da messer Gabriele,scrittagli significandogli apertamente che il Papa stava ordinato di non voler ricevere il censo e che era infruttuoso lo stare suo più in Roma per questo.

Ricevuto che ebbe il Signor Astorre questo avviso che fu l’ultimo di gennaio, gli rispose subito a sette ore di notte con una sua (lettera) di mano propria nella quale, fra le altre cose, il Signore scrisse che la Serenissima Signoria gli aveva fatto intendere, per mano di ser Girolamo suo cancelliere, facesse l’oblazione e il deposito del censo e  che poi lasciasse la cura a loro di proteggerlo e difenderlo e perciò ordinava a messer Gabriele, come per altre due (lettere) del 17 e del 18 del corrente (mese), scrivendogli che facesse l’oblazione di Sua Santità e della Camera Apostolica, dichiarando avere il denaro (depositato) in Roma, ma ora replicava che facesse l’obbligato e (l’attuale) deposito del censo secondo gli sarebbe stato ordinato dall’oratore Veneto residente in Roma, al quale ha raccomandato (qu….) la serenissima Signoria suddetta.

  – 1500

Essendo,  dopo lunga e sanguinosa batteria, il Valentino impadronito della Rocca e Fortezza di Forlì e fatto prigioniera la Signora Caterina alli 12 di gennaio, subito egli, con l’ Allegria (monsignor d’Alegre) avendola tratta fuori dalla fortezza, la condussero al suo alloggiamento accompagnata da una parte delle donne sue, che compatendo il misero stato della padrona non la vollero lasciare, e da due servitori d’età provetti che il Valentino si contentò che andassero con lei e con queste assicurandole le cose sue e universalmente da tutti fu riconosciuto per padrone della città e delle fortezze a lei soggette. Così colei la quale da che nacque aveva sempre comandato, cominciò a essere soggetta e ubbidiente. Gli altri, cortigiani e soldati, restarono in preda dei vincitori, pessimamente trattati, e molti furono crudelmente uccisi da quella falsa gente, bramosa con la morte dei nemici e l’esequie dei parenti e amici restati nell’assalto. Dei prigionieri buona parte si liberarono pagate le taglie e in parte anche dopo pagate le taglie furono crudelmente ammazzati e fra gli altri con barbara crudeltà quasi con spregio della religione. Fu trattato pessimamente un frate di San Francesco, cappellano della Signora e in medesimo tempo s’attendeva a (demolire) la cittadella e Rocca, che non vi restarono appena i gangheri delle porte e delle finestre. Il giorno seguente fu fatta la rassegna delle persone uccise dal Valentino  che si trovavano intorno a 600 e altrettanti furono feriti.

Narrate le cose di Forlì e confermato i Magistrati con le loro solite autorità avevano prima provato gli altri in mano sua a nome della Sede Apostolica, il Duca si dichiarò, che avanti venisse all’impresa di Faenza voleva tentare quella di Pesaro, e così ammucchiato di nuovo l’esercito per forza e con nuove promesse di più paga lo fece muovere e marciare a quella volta (=Pesaro), restando il Duca e “Allegria” in mezzo ai quali andava la Signora Caterina sopra una “chinea” liarda (?) seguita dalle madame come di sopra, la quale doveva il Duca Valentino consegnare al Papa in deposito ad istanza del Re suddetto di Francia così come era stata consegnata con la medesima potestà al Duca Valentino tal Bagli barone francese che pretendeva che fosse sua prigioniera (cioè Caterina) per essere stata fatta captiva (=prigioniera) da un suo gentiluomo di modo che per ragione di guerra a lui spettava, dichiarandosi inoltre che egli intendeva usare la legge di Francia, la quale vieta il ritenersi per occasione di guerra le donne prigioniere o usare loro violenza alcuna o scortesia, essendo così restati d’accordo il Duca Valentino e il Bagli, sopra dell’accordo l’Allegria aveva interposta la fede. Il Valentino si fermò a Sant’Arcangelo per consultare maturamente il modo di cacciare Giovanni Sforza, signore di Pesaro, ma per quattro continui conttravvenutoli  avvisi che Ludovico Sforza era ai confini di Como con grossissimo apparato di guerra per acquistare lo stato e che aveva già preso parecchi castelli della Valtitone di San Martino, gli convenne mutare proposito e attendere per allora da altro.

L’esercito, che passò al 22 per il territorio a Faenza con grandissima onestà facendo tornare (l’esercito) indietro. Ma per non discostarmi dal mio proposto ragionamento ne’ per non mi divertire delle cose di Faenza, sono tanto quanto bisogna per necessità dei fatti simultanei, e insieme in qualunque modo con essa (segue scrittura a margine del foglio) tralasciando ogni altro processo e fazione del Valentino e seguiterò ragionando di Faenza, che mentre si ritrovava l’esercito sopra Bologna il Magnifico Provveditore Veneto, capo delle genti della Repubblica, stanziò in Faenza con buona parte delle sua milizia ben voluto e “accarezzato” dal signor Astorre per la buona intelligenza che aveva con la Repubblica, la quale s’era dichiarata di accettarlo e di volerlo proteggere appresso Sua Santità per l’accordo e in ogni caso d’avversa fortuna; il quale Provveditore, per lettere ricevute dalla Serenissima Signoria il dì ultimo di gennaio, fece mandare i maggiori capitani di fanteria e cavalleria con tutte le sue genti che militavano in questo esercito della lega alla volta di Lombardia ove la Signoria mandava tutte le genti d’arme con altri soldati che nuovamente aveva per potersi meglio assicurare lo Stato e dominio suo. Restando però il Signor Provveditore in Faenza, il quale la stessa mattina introdusse in Faenza alcuni Capitani francesi e lì banchettò e dopo furono accompagnati fuori dalla città amorevolmente dal Provveditore e dal Signor Astorre.

 

(prosegue il testo principale )

Avendo il Duca Valentino già condotta la Signora Caterina come trionfante in Roma e consegnata ad Alessandro pontefice ponendola prigioniera e fattosi investire delle medesime città d’Imola e di Forlì e in vista dell’investitura avutone il possesso attuale con il giuramento di fedeltà dall’uno e dall’altro popolo per mezzo d’un corriere apposta spedito da Roma a queste città come procuratore del Valentino finalmente ritornò in Romagna, avendo con molta facilità sottomesso tutto il resto della Provincia di modo che  restava solo la città di Faenza da ridurre alla sua obbedienza, e pensando la medesima facilità dell’altra soggiogarla, venne a Forlì, la quale era già sua, come ho detto, al 3 di novembre con 15.000 persone e molta artiglieria.

La città di Faenza stava con intrepido cuore ad aspettare il Valentino, ne’ si sbigottì punto di così gagliardo e grosso esercito, ne’ dell’esempio delle altre città, anziché dai barbari portamenti del Valentino  e dell’esercito suo verso quelle (cioè le città) quantunque si fossero senza alcuna resistenza arrese e datesi in potere aprendo le porte come ad amico, stava ogni ora più salda e risoluta di difendere lo Stato al Signor Astorre anche con spargimento di sangue di morti, manifestando di non sottomettersi al Valentino e perciò non mancava delle provvigioni necessarie e di stare nell’avviso di guerra, continuando tuttavia alla difesa della Rocca come castellano il Signor Giovanni Evangelista Manfredi, coi quattro dei “sedici uomini di guerra” e avendo già il Signor Astorre rimesso tutti i contumaci e fuorusciti e confinati del suo Stato di qualsiasi voglia censo e condizione, tra i quali fu rimesso il Reverendo don Sebastiano Zaccaria canonico faentino precettore del Signore (Astorre), uomo dotto e di belle lettere esiliato dal Signore fuori dallo stato, del quale canonico Zaccaria anche si vede un libro di lettere latine stampato e scritto ad alcuni cittadini di Faenza,di molti fatti occorsi e particolarmente dell’assedio e batteria del  Valentino contro la città nostra, come dirò a suo tempo, secondo che io ne ho ritrovato memoria e se ne fa menzione in dette lettere dello Zaccaria, che si trovano presso di me.

Giunto che fu il Borgia a Forlì, mandò subito nella valle di Lamone Vitellozzo con 500 cavalli a pigliare Brisighella e le fortezze della valle per l’intendimento che aveva con Dionigi Naldi, il quale lo introdusse in Brisighella e nella fortezza (=la Rocca) con molto dispiacere degli uomini della Terra, quali unanimamente amavano il dominio dei Manfredi così come anche era creduto, presi da questo sentimento lo stesso Dionigio. Per cui molti di quelli uomini fuggirono verso Fognano gridando: Astorre-Astorre! S’impadronì della Torre del gesso e Dionigi Naldi diede fuoco alle case dei Bosi e di quelli di Castagneto. In questa occasione ebbe la Rocca di Rontana, della Pietra (mora), la Rocca di Ceparano e tutte le altre rocche della valle senza contesto, eccetto  quella di Monte Maore (=Mauro), come dirò apresso. La causa per la quale Dionigi sì convertì a mutare parte alcuni dicono che fosse un certo occulto sdegno che ritenesse nel cuore che il Signor Astorre fosse Signore e non Ottaviano suo cugino, figlio del signor Carlo, desiderando egli più questo di quello. Altri vogliono che fosse il desiderio che egli aveva di servire a maggior principi che non erano i Manfredi, facendosi lecito in quel tempo i condottieri d’armi di mutar servitù secondo che  loro tornava bene. Ma altri che si stimavano di sano parere dissero che ciò fu fatto da Dionigi per vendicarsi della confinazione e bando che Vincenzo Naldi pochi anni prima aveva patito dal medesimo signor Astorre, come ho detto di sopra, per aver finto di non curarsene, facilmente gli era succeduta l’occasione di vendicarsene con maggior danno e perdita del Signore e in verità fu stimata poca prudenza per questa causa anche solamente il fidarsi questa Valle e le fortezze in mano di Dionigi, come si era fatto. Ma, come si fosse, quando venne la nuova nella città, cioè che Dionigi s’era unito al Valentino e gli aveva dato in mano tutte le fortezze, parte delle quali le ebbe molto malandate e se ne rattristò grandemente, parendogli di aver fatto di primo colpo una gran perdita e tanto più in quanto si reputò ingiusta, essendo che sopra la città di Faenza poteva il Papa avere qualche ragione “saltem (=almeno)” collonata” (proprietà concessa con contratto di colonia) per essere feudo loro concesso in Vicariato a quella Signoria con alcune condizioni come si è detto, ma sopra  Brisighella e la Valle di Lamone non vi poteva essere cosa alcuna perché era suo patrimonio e contea, parte avuto in eredità dai Fantolini e parte comprata dagli uomini di dette famiglie, conti della valle, e perciò detti Signori Manfredi erano conti di Val Lamone e padroni assoluti per la ragione detta.

Fu intorno a quel tempo che non si facesse il Valentino lecito sotto pretesto che il Signor Astorre fosse zimbello della chiesa non avendo voluto amorevolmente restituire alla Chiesa la città di Faenza coi suoi castelli dei quali ne era assoluta padrona quantunque ne fosse stato più volte ricercato e munito da parte del Pontefice con buone ragioni secondo lui e che anche contro di essa stava ostinato e che aveva avuto ordine di prendere le armi contro sua Santità. Avuta la nuova della perdita della Valle, fu immediatamente convocato il Consiglio sopra ciò, nel quale furono dette varie cose tanto contro Dionigi, come intorno alle provvigioni che si potevano fare. E finalmente fu animosamente concluso che volevano difendere il dominio dei Manfredi fino alla morte, conforme all’altra risoluzione sopra ciò presa, e discacciato ogni timore stavano preparati alla difesa, secondo faceva di mestiere,ratificando inoltre al Signore la promessa di sovvenirlo di denari secondo le loro forze, così come in effetti molti rinnovarono la promessa altre volte fatta di dagli l’infrascritta quantità di denari.

Perciò il 26 di novembre, giorno della festività di San Emiliano, uno dei protettori della città, il Signor Astorre 3°, figlio del fu Signor Galeotto del Signor Astorre 2°, accettando la promessa fattogli da molte persone della città in un Consiglio pubblico, di spendere la vita, robe e ogni altra cosa in sua difesa e parimenti l’offerta di molti che gli promisero denari per sostenere la guerra, mossogli dal Duca Cesare Borgia, comparve in palazzo e alla presenza dei signori Anziani e dei  signori sedici uomini del popolo della guerra eletti per la difesa di detto Signor Astorre e per beneficio della città e popolo, promise solennemente e si obbligò a restituire a ciascuno tutto quello che gli era stato promesso e dato nel suddetto Consiglio, ad ogni loro richiesta e per il Signor Astorre garantirono messer Gabriele di Gasparino dei Calderoni e messer Pietro di Nicolò degli Spada o Amadori,(del ramo di Amatore Spada) come appare in un atto pubblico rogato da Girolamo Moncini notaio pubblico faentino e cancelliere dei signori Anziani, i nomi dei quali sono questi e i nomi dei “sedici della guerra” sono quelli. I nomi di chi a prestato denari sono questi     (l’Azzurrini indica un certo libro dove sono indicati tali nomi, che noi conosciamo come il Liber Rubeus). (Manca una riga nelle fotografie fatta da Lucio Donati (…))    

Non voglio tralasciare di dire che l’esercito del Valentino nel territorio di Bagnacavallo fece un grandissimo bottino di bestie, ma un tal Achille Tiberti che doveva essere (aggiunte a margine) in Bagnacavallo di guardia o di governo saltò fuori con tutto il popolo e si fece una buona scaramuccia nella quale Achille rimase ferito e morto un Battista Carradore e altri e i cavalli usciti a predare i quali erano pochissimi furono sforzati abbandonare il bottino ma si salvarono tutti senza alcun nocumento. Il 26 di novembre il Valentino condusse l’esercito su quel di Faenza e fu dentro la Cerchia e prima di ogni altra cosa mandò a pigliare Oriolo, Russi, Granarolo e Solarolo, luoghi sottoposti alla giurisdizione di Faenza e ai Signori Manfredi, quali si arresero senza fare una minima resistenza e le scritture che io ho viste chiamano i castellani di quei luoghi tutti traditori. In Oriolo era un Matteo dagli Angeli, in Russi sono nominati un Federico di Guzzo, ser Bernardo di Giacomino, Pirone Guazzo, Ambrogio Ventura e altri che erano dentro la Rocca, e arresi che furono mandarono a dire al Signore che gli mandasse soccorso, altrimenti che si sarebbero arresi, e pensavano con questa scusa e  in questo modo di coprire la loro vigliaccheria.   In Granarolo era Galeotto di Barbiano. In Solarolo era Giacomo Filippo di Burzo il quale accordatosi con Antonio Baldassarri e con Francesco Scardovi e altri pure degli Scardovi, diedero il castello al Duca e si mostrarono poco fedeli al signor Astorre, i quali però in premio della loro poca fedeltà furono saccheggiati dagli stessi soldati del Valentino ai quali si erano dati. Fra tutti coloro che erano nelle fortezze dello Stato, Comparino di Ciruno, che era castellano  di Monte Mauro, mostrò fedeltà e animo generoso perché, essendo andato Vitellozzo per prendere la Rocca di Monte Mauro, Comparino saltò fuori e gli uccise 12 soldati e ne ferì molto di più e lo pose in fuga e gli tolse targhe (scudi) balestre, scale e armi con le quali voleva combattere e assaltare la Rocca e li fece tornare indietro con poco onore. Questo fu quanto sangue si sparse nella perdita di tante fortezze. Ma Comparino poi fu costretto, per difetto di vettovaglie, di abbandonare la fortezza, la quale finalmente venne nelle mani del Valentino.

 Frattanto contro l’esercito del Valentino, che restò accampato sotto la città, i Faentini saltarono fuori e attaccarono una grande scaramuccia nella quale furono tolti ai nemici alcuni cavalli. E il 29 di novembre il Valentino, radunato insieme tutto l’esercito, che era di 15.000 persone, sotto la città dalla parte del Borgo fece piantare la sua artiglieria quasi sotto le fossa e fatta la batteria il giorno seguente, che fu l’ultimo di novembre, diede un assalto e la battaglia durò dalle ore 18 fino alle 21, nella quale montarono su due insegne dei nemici gridando:Duca- Duca!, seguite da molta turba ma durò poco questo grido poiché donna Diamante, figlia di ser Bartolomeo Torelli, buon cittadino, ne tolse una combattendo virilmente e con glorioso plauso la consegnò ai Capi della città e l’altra fu ribattuta da altre donne nella fossa e molti soldati del Valentino (furono) uccisi e ancor più feriti, senza molto danno di quelli della città. Venne ucciso in questo assalto un nipote di Virginio Orsini che essendo persona ragguardevole, si fa menzione particolare, degli altri non si fa parola.

Nessuno deve meravigliarsi ne’ prendere sospetto che il fatto coraggioso, di donna Diamante e delle altre donne faentine narrato, non sia vero poiché venissero nell’espugnazione, più volte tentata dal Valentino contro la città e durante le batterie, le donne faentine si mostrarono non meno marziali e pronte al combattere, nei confronti degli uomini e giorno e notte prontamente attendevano sopra le mura alla guardia della città e nei bisogni combattevano, come più precisamente dirò secondo ricercherà la narrazione del fatto. Bastami ora a gloria loro di assimilarle alle donne Bellovaci che essendo ormai stanche per il  lungo assedio sostenuto da Carlo duca di Borgogna, esse difesero le muraglie e dalle scale gettavano nelle fosse gli assedianti, riportandone gli stendardi nemici nella città.

Il 3 dicembre Vincenzo Naldi venne all’Osservanza con salvacondotto del Signore e chiese di parlare coi sedici della guerra, ai quali si sforzò di persuadere che volessero consegnarsi al Duca Principe grande e potente, dal quale potevano sperare maggiori benefici e difesa più sicura che da un debole Signore ed esporlo alle offese di ognuno. Risposero i faentini che se non era venuto per altro, poteva benissimo rimanersi (=astenersi) da questo ufficio, poiché oltre che non era costume loro di rompere la fede ad alcuno e inoltre semplicemente non che data con giuramento come al Signor Astorre.

Avevano deciso in un Consiglio generale di difendere il dominio dei Manfredi fino alla morte.

In questa opinione si confermarono maggiormente avendo sentito che in Forlì era stato ucciso un cugino del Duca sulla piazza per avere voluto levare a uno  la moglie per forza oltre alle altre che prima s’erano intese e narrate come sopra. Vedendo il Duca che non per forza ne’ per piacevolezza gli veniva fatto di sottoporsi Faenza, pensò di tentare ancora la via dell’inganno e condusse Dionigi Naldi a scrivere a Faenza a mezzo posta, così come aveva fatto scrivere ad altri per fare la cosa più credibile come detta da molti, cioè che tutta la Valle gridava Astorre-Astorre!, che volessero mandare soccorso, con l’aiuto del quale potessero favorire la buona (nuova) che aveva la Valle verso detto Astorre e levarla dalle mani del Valentino. Era in Faenza un conte Bernardino con alquanto presidio, il quale era stato nominato in quel tempo per capo delle Armi, ma da chi fosse mandato e di che (valore) fosse non ho trovato menzione alcuna. Avevano pensato di tenere questo conte con gran parte delle genti nella Valle e con le insidie che gli avevano tese per tutto mandarlo a male e debilitare la città col privarla di quel presidio, ma la città, immaginando una tal cosa, massimamente suggerita da uomini della montagna dalla quale non venne mai cosa buona eccetto che tempesta, se si può dire cosa buona, non mandò alcuno. E non potendo credere il Valentino che non facesse qualche movimento, mandò Vitellozzo a spiare fino a San Giuliano. Per cui il Valentino, rassicurato da più riscontri che i faentini non erano uomini da prendersi “al boccone”, come si dice per proverbio, e che non gli riusciva cosa alcuna e che i ghiacci e la neve erano sopraggiunti, che impedivano lo stare  alla campagna, deliberò di ritirare l’esercito alle stanze e fatto il giorno di Sant’Andrea (=30 novembre) spostò i soldati nelle città e castelli vicini. Nel levare dell’esercito, gli diedero nella coda (cioè retroguardia) i faentini che uccisero alcuni soldati e gli tolsero dei moschetti che condussero dentro la città, con festosa allegrezza. Riceveva però il contado grandissimo danno dall’esercito del Duca, con bruciare case in campagna, gettando a terra chiese, spogliare d’ogni cosa, tagliare alberi e viti, sì per necessità che avevano da far fuoco, come anche per desolare del tutto il territorio e contado dominato da grosso e potente esercito nemico, crudele e barbaro per lungo assedio.

1501- 

Durante l’inverno, che fu assai gagliardo, nel principio dell’anno non sì cessò, da una parte e dall’altra, di molestare con continue fazioni e scorrerie, che il conte Bernardino suddetto con la milizia faentina si spinse fino a VillaFranca e  bestiame e altre cose condusse nella città un bottino di valore di scudi 4000.

Il Duca, con buon numero di soldati, tentò una notte di scalare le mura del Borgo, pensando di non trovare le guardie, che confidando nell’asprezza dell’inverno fossero negligenti,  ma le trovò vigilanti e fu cacciato con non poco furore e si ritirò. Venne il Duca dopo 8 giorni per entrare nel Borgo, ma sempre gli venne fallito il pensiero, ne’ mai potè effettuare cosa alcuna e fra le altre cose una notte, o per negligenza delle sentinelle o per qualche intendimento che avesse dentro la città quando le guardie lo sentirono, aveva messo sopra le mura fino a 10 spagnoli e ne metteva altri se non fosse stato impedito e furono dalle nostre guardie presi quelli e impiccati e in questa maniera si continuò tutto l’inverno e si stette in un assedio lungo fino a primavera, nella quale sapendo di certo la città che il Duca con il suo esercito si sarebbe avvicinato e avrebbe fatto ritorno per assediarla più strettamente che fosse possibile, tentando di nuovo con maggior ferocità non solo per assediarla ma per batterla e usare ogni barbara crudeltà in campagna per arrivare a questo suo sfrenato e ingiusto disegno, potendosi ormai stare in campagna, per provvedere di ogni cosa che potesse mettere discordia nella città che aveva bisogno di stare unita.

Si ridusse tutto il popolo in Duomo e ivi d’accordo fecero questa legge confermata con giuramento, che nessuno che avesse odio o inimicizia con altri non pensasse durante la guerra farne vendetta, ma si adoperassero  le armi contro il nemico, che molestava la città, essendo cosa giusta anteporre il pubblico interesse al privato, siccome aveva finora costumato di fare i Faentini. Questa risoluzione fu fatta il Sabato Santo. Fu perciò il giorno seguente festività solennizzata della resurrezione di nostro Redentore, pubblicate dal Predicatore per comune consenso di tutto il popolo, nello stesso Duomo. Avevano i Faentini ancora fatto in inverno, mentre avevano avuto tempo, un bastione per giunta a difesa della Rocca, di tante piazze che riceveva un numeroso presidio, non potendo credere che i Veneziani e i Fiorentini, che avevano promesso di soccorrere la città per molti loro interessi principalmente, fossero per mancare della loro parola. Da questo e da altre provvisioni che furono fatte dalla città conobbe benissimo il Signore la fedeltà dei faentini e perciò come esso si risolse di non partirsi dalla città conforme al parere dei medesimi Faentini come si è detto di sopra.  

Il 3° giorno di Pasqua, che fu il 13 aprile, procedendo già l’assedio per bene, venne di nuovo il Duca con tutto l’esercito con ferma risoluzione o di avere la città in potere suo, o di perdervi l’esercito, ed essendosi accampato dalla parte dell’Osservanza, vedendo che in quella si era messa una buona squadra di giovani forti e animosi i quali avevano preso ad offendere quel luogo da tante forze nemiche, sdegnato di vedersi così poco stimato da quel popolo, maggiormente deliberò avanti ogni altra cosa espugnarlo intorno al quale vi consumò 3 giorni, dopo i quali quella gioventù si ritirò nella città per difenderla acciò che il nemico da quella parte non entrasse poiché le continue botte di artiglieria ne avevano sfasciata una parte, avendo gettato il muro attorno, ma non di meno restava più che mai confuso il Duca nel vedere che così animosamente era difesa non solo la città e impedito il passo, ma che riceveva notabilissimo danno nel suo esercito, non essendo rimasto nella città persona di qualsivoglia sesso, età, grado e dignità, che non avesse preso  le armi e non combattesse, ne’ facesse tutte quelle fazioni che erano necessarie in tanto pericolo. Ma rivoltatosi il Duca con tutte le forze alla Rocca, piantate le sue artiglierie, di primo colpo prese il bastione, il quale si prese per non aver soldati abbastanza che lo difendessero e con 1660 tiri spianò in maniera la cortina da una parte, che vi sarebbero andati i carri, essendo però malamente trattati i suoi che coloro che erano nella Torre Imperiale e nei torrioni e nello stesso tempo si attendeva a guardare la città da tutte le parti perché in essa vi era tanta gente quanto poteva bastare per combattere, per difendere e per offendere mutandosi alle fazioni giorno e notte che scambievolmente si facevano da uomini e donne armate e disarmate con danno del nemico, il quale pure continuando pertinacemente la principiata fazione intorno alla Rocca con tanta rovina, strepito e rimbombo che da ogni parte si sentiva, ruppe anche il ponte per il quale dalla terra (=città) si entrava in Rocca, acciochè con altri assalti che fosse per dare non si potesse soccorrere.

Intanto la città non mancò nel medesimo istante di ricorrere a rivolgersi al divino aiuto, secondo il costume dei suoi passati (=antenati)  con voti e orazioni acciò  che Iddio non permettesse di rimanere prigionieri di questo esercito nemico tanto incrudelito contro la città, la quale altro non poteva sperare da quella barbara crudeltà e fiere scelleratezze, stupri, incesti, sacrilegi, adulteri, furti e morti obbrobriose e miserande, mai fosse per sua pietà e misericordia libera e sicura così come giorno e notte ed abbondanza grandissima di lacrime era devotamente pregato dalle verginelle che processionalmente con gran numero con le chiome sparse e i piedi nudi, umilmente vestite, con orazioni visitavano i sacri templi. I fanciulli similmente, coi piedi nudi, seguendo la croce santa salutifera e vittorioso stendardo per tutta la città devotamente, pregavano per il divino aiuto; le matrone, vedove e altre, che per diversi motivi non erano idonee al guerreggiare, prostrate davanti alla Vergine Santissima, in tutte le chiese, restavano per la comune salute.

Il 18 aprile il Duca Valentino, messo di nuovo in ordine l’esercito e l’artiglieria per dare un altro fiero assalto, avendo nel frattempo fatto accomodare diversi ripari e ordigni da guerra con incredibile celerità, da potere difendere i suoi, e fuggire la tempesta delle balle, pezzi, fuochi e sassi, che dai nostri erano soliti ricevere con grandissimo danno  per loro e senza dubbio gli avevano impedito il corso della bramata loro vittoria, e salvezza e indifesa la città, essendosi ora (accostata) la batteria con grande impeto, fece dare nelle trombe e tamburi per il suo esercito per segnale di un generale assalto e furono nel medesimo istante sparate le artiglierie facendo il fumo di quelle una nuvola che, ricoperta la maggior parte dei suoi nel presentarsi che facevano alla batteria, di modo che diede il vantaggio e aiuto che parendo  fra le batterie, si accostarono molti dei nemici alla muraglia e spingendosi l’un l’altro mentre quelli di dentro attendevano assiduamente al combattere, diedero aiuto a Matteo della Volpe imolese che era soldato del Valentino che montò su la muraglia, ma subito scoperto dalle donne della città che coraggiosamente attendevano alla guardia combattevano e soccorrevano i combattenti loro mariti e patrioti, fu ribattuto indietro e frettolosamente discendere, restando completamente privo di un occhio  come poi oggi si vede scritto sopra un legno davanti alla cappella della Santissima Madonna dei Frati d’Osservanza d’Imola, con queste parole: Thadeo a Vulpe qui sub Valentino duce in expugnatione faventie animose murum ascendit et oculum amisit.

NB nota scritta a margine nella pagina precedente “….

… nello stesso tempo fecero i Faentini un nuovo ponte nella fossa per poter dare soccorso a coloro che combattevano con moltissimo pericolo, ma se ne accorse il Valentino che sollecitò la batteria per impedire loro, ma costretti contro le armi sue gli diedero compimento”. L’assalto così gagliardo e fiero con continua batteria durò 3 ore, quale con intrepido cuore fu sostenuto dai Faentini. Sì combattè da una parte e dall’altra gagliardamente e coraggiosamente, in modo che pareva che ogni cosa prendesse fuoco e che subitamente la città, per lo strepitio delle armi e rimbombo d’artiglieria e fra il suono spaventoso delle voci tramontane e fra le lamentevoli grida degli uomini e donne faentine e della rovina delle mura e parti di torrioni che andavano cadendo per terra e che a forza di artiglieria andavano con gran spavento per aria, mostrando che la vittoria inclinava ora in una, ora nell’altra parte, (seguono molte righe cancellate) ebbe però vantaggio il Valentino che  potè rinforzare la batteria facendo le mute dei combattenti come fece, poiché dopo aver buttato a terra da metà in su o (giù) mancò l’altra che si chiamava dell’Imperatore, la quale era la maggiore che fosse nella Rocca e rinforzò l’assalto con tre battaglie tripartite (=tre assalti diversificati), la prima di Francesi, la seconda che subentrò fu di Spagnoli, la terza fu di uomini di Val Lamone e sebbene come ho detto, l’assalto fu crudo e terribile e continuò per tre ore, non di meno alla fine la vittoria fu dei Faentini che difesero la città molto animosamente e il Duca si ritirò, mentre di dentro ne morirono pochi (di uomini) e nessuno di considerazione, eccetto un connestabile Ploia di Marradi.

Dei nemici, connestabili e signori assai e soldati francesi ne furono ritrovati morti più di 400, come si intese certo per una rassegna che fu fatta dal Valentino della sua gente il giorno seguente. Il Duca dopo aver ristorato il suo esercito con abbondante copia di rinfrescamenti venutigli dalle città e castelli circonvicini ed essersi rimesso di nuove forze di fanteria e cavalleria del paese, si risolse, quantunque spaventato di voler dare il 3° assalto per altro disperato partito anche ponendo la sua gente a manifesto pericolo di morte, per cui, secondo questa determinazione presa con quei pochi capi dell’esercito che gli erano restati vivi, di nuovo si accostò alla città che fu il 21 del mese di aprile con tutte le sue forze per fare prova in tutti i modi d’acquistare la Rocca, sdegnandosi con sé stesso che non potesse espugnare un popolo privo di presidio e difesa e che aveva per Principe un fanciullo. Rassettato dunque l’esercito con buon ordine ai suoi posti ed aggiustata l’artiglieria e i soldati, sebbene sbigottiti che l’esercito infelice delle altre fazioni, erano non di meno più decisi, inviperiti e tutti pieni di furore di combattere, non pensando ad altro che al vendicarsi di tanti che di loro erano rimasti in terra morti per pascolo di bestie (!) davanti ai propri occhi e stavano pronti per dare l’assalto.

Quando i Faentini che di certo conoscevano che il suo bene e  la sua salute non stava nel fuggire ma sebbene nel combattere risoluti però di morire con restare impedita con le loro famiglie di così barbara gente all’improvviso con molti tiri si diedero ad offendere il nemico e attaccata una fiera battaglia diede il Duca un asprissimo assalto che durò altrettanto di quello passato, con tanto rumore e strepito, fuoco e fumo di artiglieria, moschetti, cannoni, falconetti e altri strumenti bellici che da ogni parte facevano gran male e danno, con uccisione di molti con causargliene singulti, pianti e strida fremendo ognuno come arrabbiati leoni in modo che pareva propriamente che vi fosse aperto l’inferno, tanto più perché dalla Rocca si sentiva ben spesso rovinare muraglie, tetti, cortine e ogni edificio che veniva percosso da moltitudine grande di botti d’artiglieria,  per la qual cosa il Duca ebbe molte più speranze, che nelle precedenti fazioni (=azioni), di superare la città (=cinta) ed entrare e di farsene padrone, ma infine, come a Dio piacque, i Faentini, stando forti e non temendo di morire, ma combattendo animosamente con gran danno dei nemici, si difesero, e la vittoria fu dalla parte della città e il Duca, tutto pieno di ira e di rabbia, come confuso, vedendo il caso disperato, ritirò la sua gente, insicuro, con animo d’abbandonare l’impresa e appigliarsi ad altro. In questo assalto morirono persone assai da una parte e dall’altra. Al Duca ne mancarono 600, alla città molti ancora, ma i più per una loggia che era in Rocca, rovinata da più tiri d’artiglieria, con appresso molta gente che vi stava raccolta per soccorrere, dove occorreva, coloro che combattevano.

In questi assalti non voglio mancare di replicare per onore del sesso femminile come cosa straordinaria, che furono di grande aiuto le donne, le quali portavano il cibo e molti rinfrescamenti ai combattenti, e occorrendo menavano le mani e con frecce e sassi notabilmente recavano danno al nemico e infine dato di mano alle armi, coraggiosamente combattevano non cedendo d’ardire e d’animo virile alle bellicose donne Lacene di Sparta ne’ antiche Arabe, che come i loro mariti, cinte dalle medesime armi combattevano, ne’ alle Argive che sotto la condotta di Telessilla nobile cantante, difesero le mura della patria, spinsero indietro Cleomene re di Sparta, scacciarono Demarato re e liberarono da pericolo tremendo la città loro, e ad altre donne bellicose, antiche e moderne.

In queste batterie e compattimenti seguiti fra la città di Faenza e il Duca Valentino già sin qui narrati, fece una prova d’ardimento un cappellano del Signor Astorre Manfredi 3°, il quale essendo stata giudicata degna di memoria non ho voluto anche io tralasciarla, ed è questa. Il Signor Astorre aveva un cappellano di Val Lamone della famiglia dei Galli, che oggi in Faenza viene detta della Castellina, il quale (pag.32) aveva nome Ettore, figlio di Marco di Guiduccio di Gallo, di tanta forza di corpo che con le mani spezzava un ferro da cavallo, e cavava un pezzo di ferro piantato in quercia o altra dura materia. Questo prete, per l’amore che portava al suo Signore, restò sdegnato di maniera contro Dionisio Naldi dell’atto che egli aveva fatto al Signor Astorre, comune padrone, nel suo maggior bisogno, unendosi col suo nemico, avendogli consegnata la Valle in mano, e altri tentativi contro di lui fatti, come si è detto di sopra, e gli portava tanto odio che pensò di fare un atto non da sacerdote, ma da bravo e animoso soldato e conforme al nome che aveva di Ettore, un giorno, in occasione di scaramuccia, in cui spesso veniva coinvolto Dionigi, fece in modo di avvicinarlo mentre era a cavallo, e lo tirò giù dalla sella e se lo mise in spalla, portandolo verso la città, ma qualcuno venne in soccorso di Dionigi, rimanendo ferito il Galli.

Finita poi la guerra e arresasi la città coi patti, come fra poco dirò, il prete andò ad abitare in Firenze per timore del Duca Valentino che era divenuto padrone e mancato il dominio dei Manfredi, ed abitando a Faenza il detto Dionigi, andò a stare a Firenze perché i Galli della Castellina avevano origine dagli antichi Galli di Firenze dei quali Federico dei Galli fu fatto cavaliere da Carlo Magno, così come ricorda il Malaspina storico fiorentino, che fin dal 1281 questi Galli sono ricordati da Giovanni Villani, da Dante e dal Boccaccio. Merita l’atto di questo prete Ettore di Val Lamone e io aggiungo anche per narrare le sue discendenze dai Galli antichi cittadini fiorentini, come di sopra, che nel 1268 furono condannati per sediziosi ghibellini neri e Guiduccio figlio  di Lotterio dei Galli; nel 1280 Lapo figlio di Guido dei Galli fu confinato per sentenza del Cardinale Latino, per conto del Papa, che lo mandò a Firenze per occasione di guerra civile per i medesimi cittadini di Firenze ( fu mandato anche come Legato in Romagna, come già detto). Nel 1284 lo stesso Lapo e Bernardo suo figlio furono condannati, come è registrato nelle Riformazioni di Firenze, per le quali turbolenze tre di loro scesero gli Appennini e si stabilirono alla Castellina, località a quel tempo notevole, che confina con lo Stato fiorentino, nella quale località vi possedettero per lungo tempo gran parte del villaggio e perciò furono poi detti “Castellini”, come oggi, raffigurando nello stemma loro tre galli sopra un castello, con una “fede” sotto. Sebbene lo stemma dei Galli antichi era un gallo solo, come ho visto in sigilli rimasti finora presso i Castellini; l’alterazione dello stemma non so da dove derivi, sebbene che in un documento di compera viene nominato il suddetto Guiduccio, che si trova nell’archivio di Brisighella del 1439. Ora questo basta per onorevolezza per la suddetta impresa del prete dei Galli, della quale ho visto memoria in un manoscritto delle cose faentine nella biblioteca di San Domenico.

Seguitando il mio discorso circa l’assedio e la guerra della città di Faenza, il Duca Valentino, avendo visto la bravura e la fermezza dei Faentini nel mantenere la fede al Signor Astorre e nel difendere la città, con gran danno del suo esercito, aveva talmente perso la speranza di poter conseguire la vittoria, che più presto stimava fosse meglio partire e andare ad altra impresa, e mentre si tratteneva in queste considerazioni coi capi del suo esercito, i quali più tosto erano propensi all’abbandonare l’impresa, piuttosto che intraprendere altra batteria e consumarsi in lungo assedio, considerando per certo che stesse per giungere grosso e poderoso soccorso per vedere in loro ognora crescere l’ardire e insieme il disprezzo delle armi nemiche, quantunque, fossero stati a molte altre città formidabili e di gran tenore. Non mancò chi tradì la propria patria per cui si impose fine a tutta la guerra.(……) Un Bartolomeo Graminante (ma è Garminante) della parrocchia di San Lorenzo di fronte alla chiesa di San Antonio di Porta Montanara, trovandosi una notte come sentinella, pensando fra sé agli assalti passati, come detto, andava immaginando che sebbene il Duca si era alquanto ritirato come perdente, non di meno avendo un esercito numeroso e potendo accrescerlo a sua voglia, e solito a vincere, credeva che non fosse per desistere dagli assalti, fino a che non avesse raggiunto il suo intento. D’altro canto, vedendo il poco presidio che aveva la città e alcune zone deboli e mal fortificati, gli sembrava di vedere che se la città avesse perseverato in questa sua volontà di resistere e di opporsi, combattendo col Duca, potesse infine essere presa per assalto e andare in rovina. Pervaso quindi da questo timore, per quanto poi dal medesimo si venne a sapere, decise di provvedere a sé stesso e si calò giù dalla muraglia e andò nel campo e condotto davanti al Duca, gli rivelò che la città si ritrovava in pessimo stato, senza soldati forestieri e quei pochi che aveva, quasi tutti negli assalti e nelle altre azioni, erano rimasti feriti e la città senza denari per pagare la soldatesca, e gli espose che pochi giorni prima il Signor Astorre aveva fatto una “cerca” (=colletta) fra i cittadini di denari in prestito per sostenere la loro guerra e che non aveva raccolto granchè, e di più gli mostrò le zone deboli della città.  Le parole e l’avviso di costui diedero tal aiuto e rincuorarono il Duca che si era perso d’animo di prendere la città e di “andare con Dio” voltando le spalle all’assedio, per cui ritornò nel pensiero di prima di combatterla e si diede di nuovo alla preparazione di un altro crudele e terribile assalto, tanto più perché quello stesso avviso e altre ragioni più intime e potenti contro la città, che scoprivano al nemico ogni segreto di quelle, per mezzo di più biglietti di sorta accomodati alle frecce e alle balestre e gettati nel campo nemico (alcuni cittadini avevano lanciato biglietti nel campo del Valentino con notizie sulle difese della città !!) L’intese più sicuramente il Duca e si assicurò nello stesso di quanto gli aveva detto il Garminante sentinella e altri cittadini ben informati della città,ma traditori e ribelli di quella e del suo Signore contro le loro promessa e giuramento, oltre all’obbligo naturale che ciascun cittadino deve alla sua patria e al suo pubblico, anche con disprezzo del particolare e proprio interesse.  

Fin qui i Faentini d’ogni sesso e d’ogni età e d’ogni condizione avevano fatto più di quello che avevano potuto per conservare ai Signori Manfredi il loro dominio, e difendere se’ stessi dalle barbare mani del Valentino e il suo esercito, con aver tollerato 6 mesi di assedio con la rovina della loro città e contado, con aver esposto sé stessi e la gioventù loro in particolare ai pericoli della morte e alla morte stessa in tanti assalti, combattimenti e batterie, consumati dalla fatica e nelle vigilie, essendo smantellate in più luoghi la città a causa delle tremende botte d’artiglieria nemica, rotte e fracassate le mura della Rocca con la rovina delle sue torri e bastioni, dissipato tutto il contado con incendi di case e chiese e luoghi sacri e religiosi,incisione totale degli alberi, mortalità del bestiame e finalmente dissipato ogni frutto, che si poteva sperare dalla terra, per sostentamento della città e i suoi figli, le quali cose in ogni tempo faranno certo testimonianza della fede e costanza della città e che, come ho detto, ha fatto più di quello che poteva e che era creduto dalle città circonvicine che senza prendere le armi, intimorite da così formidabile esercito avevano ceduto alla potenza della Lega e datesi in dominio del Duca Valentino,al quale arditamente e coraggiosamente mostravano di prestare questi colpi di cattiva fortuna e non stimare ogni sinistro incontro, ma più che mai desiderosi di combattere e guerreggiare con lui, sebbene fossero ridotti al verde, sia di munizioni che di vettovaglie e di denari, per sostenere la guerra e in questo modo di fare avevano ridotto, come parso, il Duca a partire, avendo già radunato l’esercito per incamminarlo altrove, come ho detto.

Ma vedendo i faentini che invece di partire, il Duca di nuovo, così (……), cominciò a rassettare l’esercito e disporlo secondo la convenienza di ciascuno [dei soldati] e con l’aggiustamento dell’artiglieria, mostrandolo preparato per nuovi assalti e nuove batterie contro la città e aver ferma deliberazione o di vincere o di esser vinto in tutto si accorsero benissimo d’esser stati traditi dai loro e che il Duca dai medesimi faentini poco fedeli come era stata scoperta la misera condizione sua, ridotti senza munizione, senza denari, rotta la fede, senza il promesso soccorso che non riceveva, con la speranza del quale fino allora gli era andato sostentando il suo conte Bernardino ora con parole, ora con mostrare lettere che il conte Ranuzzo suo fratello lo conduceva ed era in via, e poteva essere a Bologna o lì vicino e non di meno erano passati 6 o 8 giorni e mai non era arrivato; cominciarono a pensare al fatto loro e a considerare che mentre vogliono fare quello che non potevano per conquistare lo stato al Signor Astorre, non mandino in rovina sé stessi, la città e il Signor Astorre. Per cui sopra ciò fattane lunga consulta dai capi della città e i Sedici uomini della guerra e con intendimento di molti altri nobili e prudenti cittadini, dopo molti discorsi ben fondati e sani pareri con ottime, vere e palpabili ragioni ed esempi, che ora tralascio di raccontare ad una ad una per non replicare in questo luogo, il medesimo detto di sopra, mentre ho ragionato della Consulta e Parlamento di porre veti per essere lo stesso in molti capi, mentre più Faentini considerarono di avere gli uomini poco fedeli ed essere privi d’ogni atteso soccorso ed essere il Duca pienamente informato e che per certa conseguenza delle suddette ragioni la città non poteva ormai più difendersi.

Deliberarono di voler aspettare ancora quattro giorni il soccorso, non arrivando il quale si mostrarono risoluti a voler arrendersi. Fecero sapere tramite un frate dell’Osservanza al Signor Astorre questa deliberazione, il quale gli rispose che gli pareva buona cosa anche per la città, ma li pregava che salvassero sé stessi e la persona sua con le sue robe e che restava molto soddisfatto. Conforme alla risoluzione presa nella Consulta, i Faentini erano pronti ad aspettare il soccorso non solo per il tempo di 4 giorni, come detto di sopra, ma altrettanti ancora che mai( …….)? purchè gli fosse promesso dal nemico con la sospensione d’armi contro la città, ma vedendo di essere in punto di dare un crudelissimo assalto e batteria, con manifesta perdita e rovina della città, del Signor Astorre e di loro medesimi, con buona grazia di………….?

Fatto sapere al Duca che volevano parlare d’accordo perché non sentiva cosa più volentieri, gli concesse che mandassero uomini a trattare con lui e, ricevuti gli ostaggi Faentini, consegnarono la città,con i seguenti Capitoli al Duca Valentino il 25 aprile e subito ai cittadini gratificò gli onori che a lui erano stati fedeli nell’assedio della loro patria.

Capitoli segnati (=assegnati) alla città di Faenza dal Duca Valentino.(…….).

Il 1° maggio per lettere patenti segnate (=scritte) di mano propria dal Duca Cesare a conferma di quanto ho detto circa l’assalto e batteria fatta dal Duca Valentino contro la città di Faenza sostenuti coraggiosamente da questa.

Dell’animo virile e bellicoso delle donne faentine nel difendere la patria loro, della devozione e ricorso al divino aiuto, del tradimento dei nostri nel far sapere al Duca lo stato misero della città, alla fine dell’accordo, e ancora il medesimo Duca con i patti suddetti, mi è parso bene qui registrare due lettere del reverendo don Sebastiano Zaccaria canonico Faentino, una scritta al venerando Padre Domenico Ercolani dell’ordine dei Predicatori in data 14 di maggio e l’altra al venerando frate Bartolomeo faentino dei Minori Osservanti, in data ultimo di maggio, le quali si trovano comprese nelle epistole latine del canonico scritte a diversi, al foglio 42,le quali ho presso di me e sono le infrascritte (vedi in detto libro come sopra).

Azzurrini Bernardino (o Bernardo)

Nacque a Faenza nel dicembre 1542 da Agostino e da Caterina Laganini. Iscrittosi nell’albo dei notari di Faenza il 17 ag. 1562, nel novembre 1566 fu eletto tra i notari sostituti “ad civilia” della provincia di Romagna; ricoprì poi varie cariche pubbliche, tra cui quella di consigliere generale alla quale venne eletto il 25 ott. 1590 in rappresentanza del quartiere di Porta Ponte. Fu notaro e depositario della Camera apostolica in Faenza, notaro dell’Inquisizione nella stessa città e più volte tra gli Anziani. Divenuto anche curatore dell’archivio cittadino, l’A. fu un appassionato ricercatore di documenti della sua città in base ai quali egli pensò di compilare una storia di Faenza. Rimane della raccolta dell’A. un centone di notizie desunte da varie fonti, di notevole importanza. Esse, nonostante i molti errori di trascrizione, rappresentano talvolta, per la dispersione o la distruzione degli originali, le uniche fonti sincrone rimaste per la storia di Faenza dal sec. XIV all’età dell’A., utili soprattutto per il periodo che riguarda la signoria dei Manfredi.

Questo zibaldone, denominato Liber Rubeus, comprende inoltre un catalogo dei vescovi di Faenza, le memorie agiografiche sui quattro santi protettori della città, importanti notizie sui monasteri e chiese cittadine nonché sulla guerra di Ferrara (1517-1518). Gran copia di documenti (il più antico risalente al 1022)comprende l’Archivio Azzurriniano, iniziato da un suo antenato, Giacomo Azzurrini, tesoriere di Galeotto Manfredi alla fine del sec. XV, arricchito dall’A. e da suo figlio Giovanni Battista, il secondogenito natogli dalle nozze con Antonia di Vitale delle Corbe (1571), nonché dal nipote Bernardino iuniore. Nel 1612, su incarico di Francesco Gera, commissario del cardinale legato di Romagna Rivarola, l’A. compilò una Descrizione di Faenza, suo stato e governo,e intraprese poi, in età tardissima, a dettare al figlio Giovanni Battista la Cronica di Faenza (pubblicata dal Messeri) in vista della quale aveva raccolto materiale tanto cospicuo. Non riuscì tuttavia a compilarne che una parte assai limitata, comprendente la prefazione, le notizie sull’origine di Faenza, una descrizione della città e la narrazione degli avvenimenti compresi tra il 1480 e il 1579 rimangono però numerosi appunti mediante i quali si riesce a scorgere il disegno generale dell’opera. L’A. morì il 16 giugno 1620.

Fonti e Bibl.: B. Azzurrini, Chronica breviora aliaque monumenta Faventina, a cura di A. Messeri, in Rerum Italicarum Scriptores, XXVIII,3; P. Cantinelli, Chronicon,a cura di F. Torraca, ibid., XXVIII, 2, pp.XLIII-XLVII; A. Messeri-A. Calzi, Faenza nella storia e nell’arte,Faenza 1909, passim;F. Lanzoni, La Controriforma nella città e diocesi di Faenza, Faenza 1925, passim; D. Zauli-Naldi, Azzurrini, Milano 1931, pp. 11 s.

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