Il caprone da impresa Manfredi

     Nell’ambito del progetto per i costumi del Rione Giallo vi un simbolo emblematico, ovvero ‘’il caprone da impresa Manfredi’’. Per questa scheda sono state consultate antiche fonti letterarie e storiche tra cui l’Odissea di Omero (VII sec. a. C.) che così recita: «Lui [Polifemo] nell’ampia caverna spinse le pecore pingui, tutte quante le aveva da mungere; ma i maschi li lasciò fuori, montoni, caproni, all’aperto nell’alto steccato. […] Seduto, quindi, ungeva le pecore e le capre belanti, ognuna per ordine, e cacciò sotto a tutte i lattonzoli. E subito cagliò una metà del candido latte, e, rappreso lo mise nei canestrelli intrecciati». Così nell’Odissea (IX, 235 SS., traduzione di R. Calzecchi Onesti).
E ancora nel libro IX, 236-251: «Noi spaventati scappammo nel fondo buio dell’antro. Quindi egli [Polifemo] spinse nell’ampia spelonca le bestie sue pingui, tutte quante mungeva: i maschi lasciava alla porta, caproni e arieti dentro l’alto recinto.
Ovini e caprini costituivano per i popoli antichi un’importantissima fonte di sostentamento e di guadagno. Ecco che cosa scrive Columella: «Le pecore tengono il secondo posto, subito dopo gli armenti di bestiame grosso; ma se si guarda all’utile, dovrebbero tenere il primo. Esse ci offrono la migliore protezione contro il freddo e sono la fonte più ricca di indumenti per il nostro corpo. E non basta: con l’abbondanza del latte e del cacio, saziano la gente di campagna e ornano di piacevoli e svariate vivande anche le delicate mense dei ricchi» (op. cit., VII, 2, traduzione di R. Calzecchi Onesti).
Virgilio nelle Georgiche (III, 295-299, traduzione di C. Saggio) raccomanda: «[…] le pecore in comode stalle bruchino l’erba fin quando l’estate frondosa ritorna, e sulla dura terra molta paglia sia sparsa con brancatelle di felci, che il gelo del freddo non nuoccia al molle gregge e dia scabbia oppure deforme podagra».
Uguale cura il poeta sollecita anche per le capre (op. cit., 300-321, traduzione di C. Saggio): «[…] corbezzoli in copia frondosi ed acque fresche di polla si diano alle capre; le stalle siano fuori del vento, rivolte al sole d’inverno, esposte a mezzogiorno, quando il gelido Acquario già tramonta ed irrora la terra all’estremo dell’anno. […] Dunque con ogni zelo dal ghiaccio e dai venti nevosi tu le ripara, se meno hanno bisogno altre cure dell’uomo, e porta per cibo virgulti da pascersi in copia, e per tutto l’inverno non chiudere loro il fienile». Le capre importanti nell’alimentazione, era ed è ritenuto animale utile all’essere umano e per questo fu fonte d’ispirazione per molti scrittori e artisti come: Virgilio, Bucoliche; Plinio il Vecchio, Naturalis historia, VIII, 75, 76; Licinio Muciano (studioso di scienze naturali del I sec. d.C.; Tacito (Historiae, I, 10); Esopo nella sua ‘’Favola’’ ecc.
Nella Grecia Antica e Classica e fino ai giorni nostri – La pelle del caprone è simbolo dell’Ordine Cavalleresco del ‘’Toson d’Oro’’, cui appartenevano/appartengono personaggi come La defunta regina Elisabetta II, Re Juan Carlos di Spagna, Nicolas Sarkozy 23º presidente della Francia ecc. Notissimo è il mito dell’ariete dal vello d’oro, mito legato a quello degli Argonauti. Per entrarne in possesso, l’eroe Giasone e i suoi compagni organizzarono una spedizione imbarcando su ‘’nave Argo’’. L’impresa riuscì grazie al contributo decisivo di Medea, che innamoratasi di Giasone, lo aiutò con le sue arti magiche. A questo mito si ispirarono molti poeti. Famosa la tragedia ‘’Medea’’ di Euripide e il poema ‘’Le argonautiche’’ di Apollonio Rodio (III sec. a. C.). Ecco qualche verso del poema (II, 1141 ss., traduzione di G. Paduano): Venne a Eea dalla Grecia, Frisso, che giunse nella città di Eeta, cavalcando un montone che fu mutato da Ermes in oro, e il vello ancor oggi potete vederlo disteso sui folti rami di una quercia; e in seguito come il montone stesso chiese che fosse fatto, lo sacrificò a Zeus, il figlio di Cronos, nella sua veste di protettore degli esuli».

Parlando di capre e pecore in mitologia, non possiamo dimenticare la capra della ninfa Amaltea che fu la nutrice di Zeus a Creta, quando il dio neonato fu sottratto alle ricerche di Cronos che voleva divorarlo. Anche Dafni, il protagonista del celeberrimo romanzo Dafni e Cloe di Longo Sofista (fine II e inizio III sec. d.C.) fu allevato da una capra. Dalla parola greca tragos (caprone), deriva tragedia. Non è chiaro però il rapporto tra quest’opera drammatica e il capro, animale a ogni modo legato al culto di Dioniso, dal quale sicuramente dipende l’origine della tragedia (cfr. Aristotele, Poetica, 1449a). Dioniso fu trasformato da Zeus in capro, quando volle sottrarlo alle persecuzioni di Era e mandarlo di nascosto nella regione di Nisa, mitico paese dell’Asia e dell’Africa.
Il Vello – È anche legato all’uso che ne facevano i ricercatori d’oro della Colchide (regione lungo la parte orientale del Pontus Euxinus e corrispondente più o meno all’odierna Georgia – Mar Nero) facevano dei velli per raccogliere le lamelle d’oro nelle acque di fiumi auriferi della zona.

I Romani il 29 maggio, celebravano le Ambarvalia (feste della purificazione dei campi) e in questa occasione si offriva agli dei la suovetaurilia cioè si sacrificavano un ariete (ovis), un maiale (sus) e un toro (taurus). Ma tipico animale da sacrificio era l’agnello, simbolo di mitezza e di purezza. Il suo nome stesso collegato al sanscrito agnis (fuoco, il fuoco purificatore), al latino ignis (stesso significato) e al greco agnòs (puro), indica le caratteristiche di questo sacrificio. Presso altre religioni e popoli – Il capro in India è identificato col dio del fuoco, Agni (cfr. Atharva Veda, 9, 5; in Dizionario dei simboli, vol. I, p. 204).
Inutile ricordare qui l’importanza che avevano le pelli di capra e la lana nell’abbigliamento degli antichi. Limitandoci ai Romani, possiamo ricordare che tuniche, toghe e mantelli (cioè gli indumenti maschili) erano solitamente di lana e anche quelli femminili: tuniche, stole e sopravvesti, ma anche i greci usavano vestiti di lana, soprattutto nei tempi più antichi e le padrone di casa, greche e romane (quelle ricche naturalmente) avevano ancelle che cardavano continuamente la lana, controllate dalla padrona stessa o da una sorvegliante. Il Maschio della capra, da non confondersi con il maschio della pecora che è il montone è stato l’animale sacrificale per eccellenza e come tale rappresentato infinite volte nell’antichità etrusca, greca, romana, cristiana, e fino ai giorni nostri.
In numerose opere di arte cristiana si trova rappresentato un pastore con sulle spalle un’agnello o un ariete, che allude al Cristo sacrificato per salvare l’umanità dal peccato. Agnus Dei qui tollit peccata mundi (Giovanni 29).. Federico Manfredi, figlio di Astore II Manfredi, fu vescovo di Faenza dal 1471 al 1478. 

Avvicinandoci alla sfilata e al nostro simbolo, (conservato in ‘’sala costumi’’), riteniamo che il Caprone espresse le imprese e i fatti della famiglia Manfredi, per questo fu adottato come contrassegno illustrato anche per aiutare gli studiosi nell’ individuare monumenti, sepolcri o edifici quand’anche ogni scritta sarebbe sparita. È certo che molte lacune storiche sono state così colmate dall’Araldica.

Concludiamo le nostre ricerche asserendo che il simbolo sarebbe stato adottato per ricordare antichi riti, sapendo che pecore e capre erano anche animali sacrificali per eccellenza, cfr. Levitico (16, 10), Nell’Esodo, cap. 29, era prescritto che la cerimonia per la consacrazione dei sacerdoti comportasse il sacrificio di un torello e di due arieti. Nella sfilata il caprone da impresa è portato da un paggetto. Durante la ricorrenza di Pesach, ogni famiglia era tenuta a mangiare l’agnello o il capretto. Questa tradizione è rimasta ed è passata anche al cristianesimo. In occasione della festa dell’espiazione (Yom-Kippur) si prescrive agli Ebrei di compiere il rito del capro espiatorio, dove sacrificavano capretti e arieti era sinonimo di consacrazione e purificazione.  Il caprone è anche un animale simbolo dei dannati (cfr. Matteo 25, 31 ss.), del diavolo e della lussuria. Da Francesco Maspero – Bestiario Antico pag. 265-270 ed. Piemme. Francesco Maspero, docente di filologia greca e latina all’Università Statale di Milano, ha pubblicato vari manuali e grammatiche per gli studenti di lettere classiche. Esperto di cultura bizantina e di cristianesimo ortodosso, ha anche tradotto per primo in italiano l’Erotocrito, poema nazionale greco del XVI secolo.                      

Biblioteca RIONE GIALLO

DOMENICO TAMBURRANO.


[1] Lucio Giunio Moderato Columella – (Gades, 4 – Taranto, 70) è stato uno scrittore romano di agricoltura.

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