Barbara Manfredi, "La più isventurata madonna d'Italia"

     Le città di Forlì e quella di Faenza non si sono mai amate. Perlopiù l’una ghibellina, l’altra guelfa, se le sono sempre date di santa ragione con castelli e proprietà presi e lasciati nel tempo, e con un Rio Cosina a dividere sommariamente fazioni ed armati. La storia però ci racconta anche momenti di distensione e di relativa pace. Uno dei più importanti fu sicuramente allorquando Astorgio Manfredi diede in sposa le figlie Barbara a Pino (1456) ed Elisabetta a Cecco (Francesco) Ordelaffi (1462). 

Ma chi era Barbara Manfredi? Barbara era nata nel 1444 da Astorgio e Giovanna Vestri da Cunio, contessa di nobiltà carolingia; suoi maestri nell’infanzia furono alcuni dei più celebri umanisti faentini, i cui insegnamenti erano condivisi dalla sorella Elisabetta, poiché godevano entrambe dello stesso tipo di educazione cui erano destinati i quattro fratelli maschi: Carlo, Federico, Galeotto e Lancillotto. Nel palazzo dei Manfredi di quegli anni era palpabile la sensibilità all’arte nel vasellame, negli arazzi, nelle casse dipinte, in un ambiente cortigiano che, lontano dai campi di battaglia e asettico alle miserie della vita reale, si dilettava di danze e gare poetiche, cacce e cavalcate. In questo contesto nasce la fiaba, voluta dal padre, dei due matrimoni, destinata a divenire dramma. Fiaba che già dall’inizio  si capì che avrebbe avuto breve durata, visto che in quegli anni la situazione politica forlivese non era tra le più serene. Una città  divisa tra i sostenitori del cognato Cecco, che essendo il maggiore di età veniva considerato il vero signore, e la sempre più minacciosa fazione che sosteneva il marito Pino il quale, essendo minore di un anno, si faceva le ossa al seguito dei maggiori condottieri dell’epoca.  Mentre il fratello a corte governava indisturbato e riempiva di attenzioni Elisabetta, considerata da tutti “Madonna di Forlì”,  Barbara si sentiva trascurata e si lamentava col padre di essere “la più isventurata madonna d’Italia”. Sola, in secondo piano, in una città “straniera”, trascurata. Una vita sicuramente non facile per una diciottenne , pur se nobile e ricca.

La leggenda a questo punto si mescola alla storia, ed attraverso i cronisti dell’epoca ci racconta di una Barbara nella quale presero forma, verso sorella e cognato, prima l’invidia e poi l’odio, tanto grandi da renderla partecipe, al ritorno in patria di Pino, di una congiura che potesse essere fatale al Cecco. E’ il cronista Leone Cobelli che lascia intendere addirittura che fosse stata lei a preparare una pozione letale e che il tentativo fallì solo per un caso fortuito.  Il Corbelli la racconta, inoltre,  impegnata a travestirsi per partecipare alle riunioni notturne dei congiurati fino al gennaio del 1466, l’anno in cui il colpo di stato fu messo a segno e Cecco venne prima imprigionato e in seguito ucciso. Anche Elisabetta, successivamente, morì per avvelenamento. 

Cosi Barbara divenne “Madonna di Forlì” al fianco dell’unico Signore, Pino. Una pestilenza però, mise i bastoni tra le ruote alla coppia inducendola a rifugiarsi a Forlimpopoli per giovarsi delle salutari acque della Fratta e per giovarsi delle salutari acque della Fratta. Secondo quella che è più leggenda che storia Pino  intercettò una lettera molto più che “amichevole” di Barbara indirizzata a Giovanni Orcioli, nobiluomo forlivese. I drammatici fatti successivi ci raccontano, sempre tramite il cronista Leone Cobelli, che fu colpita improvvisamente da un “flusso di corpo” e che morì, quasi improvvisamente, il 7 ottobre 1466, proprio prima che potesse recarsi a Firenze a trovare l’”amico” Giovanni, divenuto Podestà di quella città.

Nulla fu provato, ma le coincidenze erano troppe e tante da aver indotto il padre Astorgio, il popolo, e gli storici dell’epoca e successivi a dare la responsabilità, più che a un morbo letale ad un veleno, e quindi al marito Pino Ordelaffi. Questa convinzione fu la causa della fine di uno dei pochi periodi di pace e concordia tra le  due città. 

Pensiero ed idea che rimasero radicati per diversi secoli, sino alla sera del 10 dicembre 1944, quando un bombardamento tedesco distrusse la quattrocentesca chiesa di S.Biagio, ove era posto originariamente il monumento funebre di Barbara. All’occasione dello spostamento dello stesso in San Mercuriale (sempre a Forlì) il resti della Manfredi vennero esaminati dal Dott.Reggiani il quale, nel 1953,  sulla rivista “Romagna Medica”, pubblicò le “Osservazioni cliniche sulla probabile causa della morte di Barbara Manfredi”. Le sue conclusioni: “La descrizione della malattia di Barbara richiama il quadro clinico di una appendicite di antica data riacutizzatasi in seguito,[…] Barbara era da qualche tempo malata, certo di dolori addominali perché era ricorsa alla cura delle acque di Meldola, cioè della Fratta,..passa qualche tempo con esito evidentemente buono […] Ai primi di ottobre, dopo aver mangiato “di buona voglia” si corica, ma nel sonno viene assalita da violenta colica addominale […] viene subito chiamato il medico…“Il Dott. Reggiani conclude: “Il quadro di peritonite da perforazione in appendicite cronica riacutizzatasi è evidente!!! Questa e non altra, molto probabilmente, l’unica ed esclusiva causa della morte, di Barbara Manfredi.” 

Di Barbara, la colta, bellissima, gelosa, infedele e cospiratrice ci rimane lo  stupendo sarcofago di Francesco di Simone Ferrucci da Fiesole, commissionato successivamente dal marito. Il gesto fu però tacciato sia dai contemporanei che storici come ipocrita e come maldestro tentativo di dare apparenza di estraneità ai fatti. L’epitaffio inciso recita: ”Pino Ordelaffi, figlio di Antonio, ordinò che fosse dedicato alla dolcissima moglie Barbara, figlia di Astorgio Manfredi, per le sue divine virtù. Barbara Manfredi visse ventidue anni, sei mesi e quattro giorni. Anno 1466”. 

Ma cosa successe poi, a Pino Ordelaffi? Convolò a seconde nozze con Zaffira Manfredi (dei Manfredi di Imola), ma anch’essa morì inaspettatamente dopo due anni di matrimonio. Le cose andarono meglio, invece, alla terza moglie, Lucrezia Pico, che sopravvisse a Pino, e che  fu tacitamente accusata di averlo avvelenato. Pino morì quindi, all’età di 44 anni, il 10 febbraio 1480, dopo una cena in casa del suo segretario di conte Luffo Numai. Fu inumato nella chiesa di San Girolamo a Forlì.  

Durante la sua signoria dal 1466 fino alla sua morte, arricchì la città di edifici e monumenti. Di lui il Bernardi scrisse:“Lui in soa vita era stato uno degnissimo home et amatore del bem comune, homo spirituale, et aveva molte bene tenuto dita soa cità senza alcuna guera per tuta la soa vita..Et aveva un’altra vertù, che lui era al più liberale signore che io vedese mai per alcuno tempo de mia vita. Ed era uno simile a Rolando nel fato d’arme. E ultimadamente aveva molte adornata dita soa cità di mura, e dal canto di verso l’Albero, e in multe altre logo; et aveva ancora fate la mazora parte dal dito so palazo. Item ancora fè fare quelo belo edificio dela dita soa roca, o vere chiamata cittadella.” 

Massimiliano Panizzi

Fonti:  Bernardino Azzurrini; Leonardo Corbelli; Andrea Bernardi (Novacula).

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