Il sottile filo che lega la “Dama con l’ermellino” a Faenza.



     

     La donna ritratta nel famoso dipinto “Dama con l’ermellino” è Cecilia Gallerani, cortigiana e favorita del signore di Milano, Lodovico Maria Sforza detto “Il Moro” per la sua carnagione scura. Il dipinto fu realizzato da Leonardo da Vinci nel periodo nel quale, a Milano, era al servizio del principe tra il 1488 e il 1490.

Cecilia, con la sua famiglia di origine senese, si trasferì a Milano quando il padre Fazio, dottore in legge, entrò al servizio degli Sforza. Ancora quindicenne si trasferì a corte e nel maggio del 1491 e partorì un figlio a cui fu posto il nome di Cesare, ma nel gennaio dello stesso anno fu costretta a ritirarsi in un palazzo in città donatole da Lodovico, quando lo stesso sposò la quindicenne Beatrice d’Este figlia del signore di Ferrara, il duca Ercole I e di Eleonora D’Aragona.

Come era usanza a quei tempi le amanti dei signori venivano ricompensate, oltre che con gioielli e vestiti, con immobili, tenute, ed un non meno “prezioso” marito di nobile lignaggio.

Anche Cecilia Gallerani non sfuggì alla prassi e venne data in sposa, nel 1492, a Lodovico Carminati con il quale avrebbe vissuto sino alla morte di lei, avvenuta nel 1536.

Lodovico Carminati, figlio di Giovan Pietro Carminati detto il “Bergamino”, nacque intorno al 1438. Il Bergamino, prima cortigiano di Francesco Sforza poi uomo d’arme di Galeazzo Maria, ed infine fidato comandante di Lodovico il Moro, grazie ai meriti acquisiti durante numerose campagne militari a cui partecipò fu beneficiario di diverse contee tra le quali quella di San Giovanni in Croce, che sarebbe stata l’ultima dimora della nuora Cecilia.

Per comprendere meglio il collegamento tra questi personaggi e Faenza è necessario ripercorrere l’ultimo anno di vita del Bergamino, futuro suocero di Cecilia. Nell’aprile del 1488, dopo l’uccisioneo di Girolamo Riario, fu mandato dal Moro a Forlì in difesa e a protezione di Caterina Sforza, diventando governatore della città romagnola. Come ben noto il 31 maggio successivo venne assassinato Galeotto Manfredi, signore di Faenza, e dopo l’omicidio il suocero, Giovanni Bentivoglio, giunse nella stessa Faenza per assicurarsi che la successione spettasse al nipote Astorgio III, previa reggenza della figlia Francesca.

In quel periodo il Bentivoglio era alleato ed al soldo di Milano e degli Sforza. Con gli eventi di quegli anni la famiglia milanese vide finalmente coronarsi il sogno di poter controllare, oltre la piccola Cotignola e Forlì, anche la città manfreda, importante punto strategico sia dal punto di vista militare che politico. Questo successo risultò però inviso ai potenti d’Italia, primi tra i quali la signoria di Firenze che si trovò all’improvviso di fronte alla concreta possibilità di avere ai propri confini l’esercito sforzesco. Inoltre la presa di Faenza avrebbe precluso ogni sbocco militare ed economico verso la Romagna intera e la pianura padana.

L’azione dei Medici fu veloce e risoluta. In pochi giorni la situazione si rovesciò anche grazie alle abili mosse di Gian Battista Ridolfi, l’emissario del Magnifico a Faenza il quale, in appoggio alla nascente rivolta popolare mandò in aiuto gli uomini della Val D’Amone fedeli ai Manfredi. I fatti salienti avvennero, come riportato da più storici, all’ora di pranzo del 4 giugno 1488, mentre Giovanni Bentivoglio era a tavola in compagnia di nobili e fedeli, compreso il Bergamino. Gli esiti drammatici furono quelli sotto descritti ed il Ridolfi divenne provvisoriamente e di fatto il reggente della città in attesa di direttive da Firenze. Dopo pochi giorni, per volontà del Magnifico, il piccolo Astorre fu posto sotto la tutela degli Anziani. Giovanni Bentivoglio e Francesca già imprigionati, contro il volere della città furono liberati e la mattina del 9 giugno Francesca lasciò definitivamente Faenza tra gli insulti e gli scherni di quel popolo di cui aspirava a diventare signora. Non avrebbe mai più rivisto il figlio Astorgio.

Di seguito un estratto della “Cronica Civitatis Faventiae” autografo in foglio di 300 pagine posseduta da Carlo Morbio e da lui pubblicata che riporta la cronaca di quelle drammatiche e concitate ore:

“… a tre ore di notte segretamente e senza pompa alcuna fecero seppellire il signor Galeotto in San Francesco affine di prevenire maggiori danni alla città. Giunse in Faenza il signor Giovanni Bentivoglio, padre di Francesca suddetta, chi dice il giorno seguente, cioè al primo di giugno, chi dice il secondo; ma è più verisimili che la signora desse subito avviso al padre o per fanti o per cavalcata, e che arrivasse il sabato di notte a Bologna, e che messer Giovanni non tardasse punto a portarsi in via e ad affrettare l’arrivo suo per soccorso della figliola.

Aveva seco Carlo Lagrede, forse suo condottiero, Gianpiero Bergamino governatore di Forlì, e molti balestrieri, ed andò in palazzo. Allora il popolo sospettando che costoro non fossero venuti con mal animo in Faenza, e particolarmente il Bergamino condottiero del duca di Milano, deliberò ucciderlo, per conservare al signorino il suo dominio.

Ma venendo egli avvisato, si rinchiuse e fortificò col signor Giovanni in palazzo. Ma il popolo, affine d’eseguire il suo disegno, corse armato in piazza, e provvisto di molte azze per spaccare gli usci, sarebbe passato ai fatti, se alcuni cittadini d’autorità non si fossero interposti e non l’avessero trattenuto. Il Bergamino pensando di maggiormente placarlo e di fargli credere ch’era venuto in Faenza non già per occuparla e porla sotto altro dominio, ma per aiutare e favorire Astorre, ebbe ardire di scendere le scale e venire in piazza, gridando: Astorre, Astorre.

Ma il popolo non fidandosi di quelle sue parole, e tornato sul suo primo pensiero andò alla volta sua, ed Oliviero, detto della Celata, gli passò una coscia con una picca, e gli altri finirono di ucciderlo.

Gli armigeri, sbigottiti per la morte del loro capitano, si posero in fuga; alcuni vennero ammazzati, altri si salvarono, ricoverati da alcuni cittadini nelle loro case. Tre fra quelli, per timore, s’erano ricoverati in un cesso del palazzo; due morirono; il terzo due giorni dopo venne di là tolto estenuato e consunto: le sue grida lo salvarono”.

Fu dunque in quei primi giorni del giugno del 1488 che Giovanni Pietro Carminati detto il Bergamino,  perse la vita sotto i colpi della furia del popolo, trovando morte e sepoltura in quel di Faenza mentre proprio in quei giorni, e comunque in quel periodo, a Milano Leonardo da Vinci immortalava nel suo dipinto Cecilia Gallerani, colei che sarebbe divenuta, quattro anni dopo, sua nuora.

Arte, politica ed avvenimenti drammatici si legano così in maniera indissolubile in un complesso quadro storico che vede protagonisti un pittore con il suo sorprendente dipinto, una dama con in braccio un ermellino (in realtà probabilmente un furetto), un grande condottiero, e la città di Faenza.

Ricerca e testo: Maurizio Sartoni

Per info:      bibliotecaangelolapi@gmail.com

Rione Giallo: tel. 0546 660663